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Cultura

Al nipote in coma etilico

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Scritto da Cinzia Silvestri

Ricevuta da una nonna qualunque in un giorno qualunque, per il nipote distrutto dall’alcool:

“Ciao nipote, sono qui fuori, davanti l’ospedale dove sei ricoverato da qualche giorno a causa dell’alcool. Fuori pericolo ormai, dicono i medici. Nella merda fino al collo, aggiunge la nonna, come certi vecchini abbandonati nei lager denominati elegantemente Case di riposo dove io spero di non andare mai. Nella merda fino al collo, anche se non più briao come un tegolo, talmente ebbro di alcool che t’hanno portato al Pronto Soccorso in coma etilico. No, non ti hanno accompagnato i tuoi amici e men che meno il gestore del bar dove hai fatto il pieno di alcool per ammazzare il fegato, anche se hai sempre il latte sui labbri. Ti ha raccattato un anonimo signore che ti ha trovato steso per terra, accanto al motorino, praticamente in mezzo alla strada. Potevi essere pure investito, perché c’è chi guida come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile (far) morire. La citazione è di Battisti, che tu non ami anzi, detesti perché dici che ti mette malinconia. Un po’ come alla tu’ nonna, che sarei io, mette l’angoscia la voce di quel sicuramente bravo cantante col pareo da sera, tipo Naomo di Panariello, quando canta Brividi. Mi par si chiami Mammuth, no quello è l’animale. Mahmood. Siamo tanto distanti tu ed io, nipote? Sicuramente, per età, per divario generazionale, per gusti, per il mondo tuo tanto diverso dal mondo mio quando avevo la tua età, che se non rispettavo le regole in casa pagavo pegno, spesso un pegno pesante: non di pacconi, ma di divieti. No motorino, no l’uscita con le amiche per le vasche in centro, no la maglietta firmata. Te sicuramente non hai questi disagi, chiamiamoli così: nessuno ti dice nulla quando al posto delle virgole nel tuo basico argomentare ci infili qualche bestemmione, vengono tollerati i tuoi ritardi a pranzo e a cena, rientri in casa a notte fonda senza scuse, insulti i genitori e perculeggi fratelli e sorelle, collezioni forche a scuola, dove il profitto non eccelle. E dire che sei davvero bravo, ai miei tempi si sarebbe detto: è intelligente ma non si applica. Io invece ti dico che sei anche poco intelligente perché sennò studieresti, durando poca fatica e guadagnando buoni voti, perché sai fare anche il ruffiano e la parlantina non ti manca. Ti manca a casa, ma si sa, sei adolescente, sei un bimbetto, il dialogo familiare non è contemplato. Hai sicuramente una sensibilità esagerata, pure se fai il duro anche con te stesso perché ti illudi di nascondere questa tua dote, che per te è un difetto e specialmente con certi amici non deve proprio sortire fuori. Quando fate branco vi sentite dei ganzi, mandate in avanscoperta il maggiorenne del gruppo dentro i locali e poi fate a gara a chi butta giù più shottini, nell’indifferenza colpevole del barman, che spesso davanti l’uscio del locale esibisce come trofei di guerra decine e decine di bottiglie vuote dentro un bidone lercio, che svuoterà quando i sensibili come te sono sufficientemente storditi dal mix di bevande, tutte rigorosamente alcooliche o superalcooliche. Te non potevi certo restare indietro, dovevi dimostrare il tuo valore dalla quantità di troiai liquidi che hai tracannato.

alcool

L’abbiamo fatto tutti o meglio, io al massimo sono stata brilla, cioè in quello stato di allegrezza che talvolta prelude alla fase trista e vieppiù violenta dello stato di ubriachezza. Anche violenta. Mi ricordo un ultimo dell’Anno, dopo la classica festa in casa – ero liceale – i maschi fenomeni si sbronzarono in una balera dove andammo a ballare e uno di loro pensò bene di vomitare sull’abito lungo in velluto di seta di una mia amica. Sono cose che disgustano ma non si dimenticano. Non si dimenticano gli incidenti stradali causati dalla guida in stato di ebbrezza, non si dimenticano le violenze familiari per l’attaccamento al fiasco, non si dimenticano le sconfitte, le umiliazioni, le malattie. Bere tanto e bere male specie quando si è giovani se lo si fa una tantum è solo una sciocchezza giovanile, se si trasforma in abitudine pressoché quotidiana che diventa complemento indispensabile per le uscite con gli amici, perché non si sa che cazzo altro fare, allora si conclama in una dipendenza incontrollabile e per uscirne bisogna affidarsi a uno bravo per tanto tempo, sperando che il cervello tenga botta. Ho visto tanta gente diventare ritardata e non uso questo termine in senso spregiativo ma solo per descriverne la condizione: ritardata nei movimenti fisici, nel parlare, nell’elaborare anche semplici concetti espressi da un interlocutore. Te sei lì, in ospedale, caro nipote: benedico il Covid che mi impedisce di vederti. Possono farti visita i tuoi genitori, che uno dei due sarebbe pure mio figlio a cui non posso imputare colpe che non ha e perchè lui è un padre che si definisce moderno. I genitori moderni non sono autorevoli, perché sennò parrebbero autoritari, non mettono regole perché la società di oggi non vuole regole. E invece ne ha pure troppe inutili e non ne ha a sufficienza di utili.

Nemmeno il barista ce l’ha le regole, o meglio non le ha osservate tutto preso dalla cassa, quella che a sentir lui langue dai tempi della prima pandemia. Il barista è colui che ti ha spedito all’ospedale a causa dell’alcool, che ti ha messo sullo strillo del giornale, complimentoni!: lui invece chiuderà per un mesetto, forse pagherà una multa, ma se passi dal locale sul bandone chiuso non c’è scritto, come dovrebbe, “chiuso per violazione dell’articolo tale comma talaltro, come disposto dalle Forze dell’ordine”. No. C’è un biglietto scritto a mano “chiuso per ristrutturazione locali”. Beh, effettivamente forse questo dimostra che un po’ di vergogna la prova, ma giusto il tempo di tenere quell’avviso, che poi quando tira su il bandone di nuovo è pronto a garantire la bisboccia a voi pitori minorenni nonchè ai coglioni grandi, che non è che facciano meno danni di voi. Anzi. Sono i cosiddetti grandi che vi hanno portato a credere che il mondo sta tutto dentro un telefonino, che le cacofonie che spesso ascoltate siano musica, che il centro commerciale sia un bel posto per passarci il tempo, che inquinare e sporcare sia un messaggio di protesta. Contro chi? Non è dato sapere. Appartengo alla generazione del ‘68 anche se io all’epoca ero sempre piccina, ma i contestatori di allora erano diversi da voi, ce n’era qualcuno che studiava pure e ragionava come un intellettuale o un filosofo. Poi magari è diventato pure brigatista, ma non cambiamo discorso. Te nipote mio appartieni alla generazione dell’eloquio basico, xkè nn tt ecc., che presuppone concetti basici.

Diceva Oriana Fallaci che chi scrive male pensa male.

Ora lei era magari un poino esagerata, però se fossi un insegnante un maggior rigore sulla grammatica e sulla storia la pretenderei. Vero è che siete stati due anni rinchiusi con la mascherina, facevate scuola a distanza, ma anche prima secondo me c’era qualche problemino, e non solo di alcool. Scuola e famiglia, scuola/famiglia, solo scuola o solo famiglia, a piacere. Se uno di voi si dimostra educato, rispetta le regole, studia, il branco lo piglia in giro, lo perseguita (il cosiddetto stalking) e nell’eseguire stalking, pestaggi, minacce e altre delizie le ragazze, va detto, sono più determinate e crudeli dei maschi. Perché se i maschi adolescenti sono pericolosi in branco, le femmine sono terribili anche individualmente. Lo so, sono considerazioni di una nonna e non del sociologo o dello psicologo che a pago si esibisce nei talk show elargendo consigli e teorie. Sono una nonna che ha il nipote steso in un letto di ospedale e non perché sia cascato dal motorino fratturandosi la clavicola, mandando affanculo giorni di mare e di bagni, ma perché è caduto sì, ma in coma etilico a causa dell’alcool. Mentre sono qui che aspetto il bollettino medico dei dottori peraltro affaccendati coi vecchini che d’estate crepano più volentieri per la gioia dei parenti e con gli appestati Covid all’ennesima variante, per la gioia di tamponatori e virologi messi un po’ in ombra dai politologi di guerra oggi in grande spolvero, sbircio su Internet qualche dato. “Secondo il Global status report on alcohol and health 2018 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, pubblicato il 21 settembre 2018, l’uso di alcol nel 2016 ha causato nel mondo circa 3 milioni di morti, ossia il 5,3% di tutti decessi e il 5,1% degli anni di vita persi a causa di malattia, disabilità o morte prematura attribuibili all’alcol. Più di tre quarti dei decessi si è verificato tra gli uomini. (…) Il coma etilico o intossicazione acuta da alcool, si verifica quando vengono raggiunti livelli eccessivi di alcool etilico nel sangue. Questa condizione non deve mai essere sottovalutata, potendo il coma provocare danni irreversibili al sistema nervoso o la morte del soggetto (per intendersi, si crepa o si resta dementi a vita, che sarebbe meglio allora morire e non ci si pensa più, n.d.r.). Alcuni soggetti sono più sensibili di altri all’alcool e pertanto possono sperimentare il coma etilico anche a concentrazioni più basse di alcolemia rispetto a quelle normalmente indicate. In generale, le donne e gli adolescenti rischiano questa grave conseguenza dell’alcool già a valori pari a 2,5 g/l. Questo valore scende ulteriormente a 2 g/l se si sta parlando di bambini. Questa differenza nei valori limite dipende dal fatto che, i soggetti al di sotto dei 21 anni di età, non hanno il corredo enzimatico completo per il metabolismo dell’etanolo, pertanto hanno livelli di tolleranza inferiori.” E questo è quanto, nipote adorato, che verso di me hai dimostrato genti amorevoli e gentili, a condizione che non si tocchino certi argomenti. Tu lo sai che io ho capito tante cose e me ne sono stata in silenzio, più addolorata che preoccupata, perchè ci sono dei percorsi che una vecchia saggia come me li intuisce senza avere la palla di vetro, mentre il babbo e la mamma, i prof a scuola, a volte si illudono di avere la situazione sotto controllo. Invece non è così e quando poi si arriva a parlarne con le Forze dell’ordine è troppo tardi, perché la cazzata è già stata commessa e spesso la cazzata significa commissione di un reato, facile a compiersi quando la testa è in preda ai fumi dell’alcool. Sono qui che scrivo e ho scelto un font che si chiama merryweather, bel tempo e invece questo caldo ormai insopportabile bello non è. Non capisco come si faccia, con 35 gradi all’ombra, a bere a garganella tutti quei troiai che ormai anche la televisione di Stato propone negli spot pubblicitari: una volta si faceva la réclame alle cassette regalo natalizie contenenti lo Stock 84 e lo Cherry Brandy accanto a una deliziosa ragazza col costume di Babbo Natale trasformato in sexy mini abito. Una volta, una tantum, come le Feste sotto l’Albero. Adesso la via del beveraggio è segnata anche dall’inquinamento: è pur vero che per strada, nei giardini pubblici, in ogni dove si trovano lattine di coca e bricchini di tè, e bottiglie di plastica per “sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta”, laudava Francesco. Il passaggio dei bevitori che non sono santi, a dispetto del titolo di un bel film, è visibile davanti le vetrine dei negozi, nei vetri frantumati di bottiglie di birra, di vino, di superalcoolici per le strade, nei cigli che delimitano i boschi, intorno ai cestini dei rifiuti vuoti. Avete bisogno di stordirvi voi giovani, per affrontare un mondo sempre più bizzarro, per usare un eufemismo, che la mia generazione e anche quella successiva vi ha lasciato. Non c’è che dire una bella eredità: inquinamento, malattie, guerre, cavallette, ma soprattutto un genere umano abietto e odiatore. Ai miei tempi, che rabbia sentirselo dire, vero?, ai miei tempi le cose non erano poi così tanto migliori, tuttavia a guardarle ora, con i filtri dell’età e dell’esperienza mi sembrano sicuramente diversi. C’era la droga come adesso, forse distribuita in modo differente, ma differente era la fetta di popolo che ne faceva uso e ancora più differente la motivazione legata anche allo status sociale. Si predicava la pace con lo slogan: fate l’amore, non la guerra. Oggi mi sembra che anche il sesso non sia di tanto interesse, e purtroppo spesso è interpretato in maniera possessiva e violenza. Leggasi stupro, che non è scopare con reciproca soddisfazione. Leggenda o statistica vuole che il primo morto italiano per droga fosse un ragazzo della Valdinievole, triste traguardo: non era un povero migrante arrivato col barcone che per campare faceva il pusher, ma faceva parte della società-bene. La piaga del bere alcool non risparmia status, ma predilige le menti fragili, manipolate o manipolatrici e voi, gioventù non bruciata ma parecchio incenerita, siete la preda preferita. Non è tanto il guaio di avere come idoli personaggi tipo Fedez che non sa chi fosse Giorgio Strehler, e neppure che agli esami di maturità ve ne sortiate con affermazioni del tipo “Mussolini era comunista” (socialista semmai, socialista), oppure che Liliana Segre è una donna di colore (non l’avete vista in foto con Chiara Ferragni al Memoriale della Shoah, sotto la stazione Centrale di Milano?). Il mio sgomento, caro nipote e tutti voialtri nipoti immaginari che mi sfiorate quando ci incrociamo per strada o nei negozi e manco mi vedete e men che meno mi favorite il passo, è questa tangibile sensazione di distanza siderale tra voi e me, l’incomunicabilità che va oltre quella ben descritta da Michelangelo Antonioni nei suoi film, questa incapacità mia più mia che di altri, di non riuscire a fare breccia nel vostro cuore, nella vostra anima, nel vostro cervello. Sarebbe comodo e facile per me puntare il dito e accusarvi di essere vuoti, ignoranti, rozzi. Se davvero siete così, non è colpa vostra. Non solo e non tanto colpa vostra. Ai miei tempi, ancora loro!, discutevo con la mi’ nonna che amava Claudio Villa, cantante romano soprannominato Reuccio, tanto bravo quanto borioso e antipatico e al contempo prendeva in giro i cantanti capelloni che mi garbavano, tipo Antoine e Gian Pieretti da Ponte Buggianese, che insieme a Sanremo cantavano “Pietre”, un testo grondante filosofia spicciola di vita sempre attuale: “Tu sei buono e ti tirano le pietre Sei cattivo e ti tirano le pietre Qualunque cosa fai, dovunque te ne vai, sempre pietre in faccia prenderai Tu sei ricco e ti tirano le pietre Non sei ricco e ti tirano le pietre Al mondo non c’è mai qualcosa che gli va e pietre prenderai senza pietà Sarà così finché vivrai sarà così Se lavori, ti tirano le pietre Non fai niente e ti tirano le pietre Qualunque cosa fai capire tu non puoi se è bene o male quello che tu fai Tu sei bello e ti tirano le pietre Tu sei brutto e ti tirano le pietre E il giorno che vorrai difenderti vedrai che tante pietre in faccia prenderai Sarà così finché vivrai sarà così” Finisco il mio pippone, nipote adorato: ti aspetto a casa per viziarti un po’, con attenzioni premurose reciproche e zero bottiglie pericolose a giro. Avrei preferito leggerti sul giornale per altre cose, ma non sempre nella vita accade ciò che si desidera. Spero solo che alla fine di questo sfogo nonnesco, tu non faccia come quel bimbo che ascoltava la ramanzina del babbo dopo una marachella e che alla fine esclamò: cento! A testa bassa, guardando per terra, aveva contato le formicole. (avvertenze: trattasi di testo dove le circostanze sono rielaborate dalla creatività dell’autrice, ogni riferimento a fatti e persone reali è puramente casual, come certo abbigliamento).”

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