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Cultura

Lo sguardo educato fra terreno e trascendenza

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Franco Battiato se ne è andato. Con la discrezione e la signorilità di sempre, ma anche con quel distacco dalle impellenze della vita terrena che traspare dalle sue canzoni più intimiste e misticheggianti.

franco battiato

Non si è spento semplicemente un cantautore originale e profondamente innovativo ,così diverso per tessitura musicale e scrittura dei testi da tutti i suoi colleghi, perchè Franco Battiato era innanzi tutto un musicista di razza, uomo di grande cultura capace di spaziare dalla storia alla filosofia, con un occhio di riguardo per il mondo raffinato e misterioso del medio oriente.

Eppure, sarebbe sbagliato immaginare il percorso di Battiato come una digressione immaginaria fra il caucaso e l’anatolia: le sue esplorazioni partono con la via italiana al progressive (album come “Fetus” e “Pollution“), si incanalano verso l’avanguardia e le suggestioni minimaliste del bellissimo “Click!”, per poi irradiarsi in ogni direzione e trovare strada facendo collaboratori preziosi e raffinati con i quali costruire un team creativo di grande caratura.

Proprio con questo gruppo di lavoro, fondato sul sodalizio con musicisti come Giusto Pio ed Alberto Radius, Battiato ha saputo costruire una lunga stagione di capolavori, basati su una tecnica compositiva raffinata ed una capacità di elaborare testi di grande profondità, anche quando l’apparente leggerezza e la originalità lessicale portavano in direzioni totalmente sconosciute al mainstream della produzione italiana degli anni 80 e 90: grazie a lui, infatti, abbiamo capito di non sopportare i cori russi, la musica finto rock, la new wave italiana, il freejazz punk inglese (ed anche la nera Africa!).

franco battiato

La ciliegina sulla torta, poi, era quella voce caprina che rendeva le sue canzoni così difficili da interpretare per qualsiasi altro cantante, anche per lo stravagante e felice connubio con una presenza scenica totalmente originale, fatta di occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero, ma anche gestualità misteriose ed apparentemente prive di senso.

Nel mezzo a tanta produzione, non dobbiamo dimenticare il progetto di una opera lirica ispirata al poema mesopotamico Gilgamesh (epopea portata al cinema anche dal regista d’avanguardia Peter Brook, tanto per capire di cosa parliamo), ma anche canzoni scritte per altri cantanti (soprattutto Milva ed Alice) ed una intensa attività nel campo degli studi filosofici e della meditazione.

Mi piace poi ricordare l’impegno civile di Franco Battiato, capace di accettare per pochi mesi l’incarico a titolo gratuito di Assessore alla cultura della regione Sicilia ed altresì pronto a dimettersi schifato dalla frequentazione dei politici, che egli, con la schiettezza e la calma degli uomini giusti, definì senza mezzi termini come esseri dediti alla prostituzione intellettuale: ancora una volta, il Mister Tamburino di turno non aveva capito che il Maestro non aveva voglia di giocare. Peccato.

E come un uomo giusto, con educazione, Battiato si è silenziosamente fatto da parte, un po’ Gibram, un po’ Sciascia, un po’ Pirandello, consapevole che i desideri non invecchiano quasi mai, con l’età, ma che gli orizzonti perduti non ritornano mai.

Ecco, non so perchè ma vorrei immaginare il suo funerale come una delle sue canzoni, una di quelle in cui si respira aria di carovane di contrabbandieri che attraversano i balcani verso est: mi piacerebbe immaginare, poi, le sue parole pronunciate al vento da un Angelo Buttafuoco, con il sorriso enigmatico dell’islam siciliano di rito sciita.

Lontano, lontanissimo, s’ode la voce del padrone

LA NOSTRA ILLUSTRAZIONE DI UAU A CURA DI SARA PELLEGRINI

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