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Cultura

Make love, not war

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Scritto da Cinzia Silvestri

C’era una volta il Papa che scomunicava ed oggi, saggiamente, mi verrebbe da aggiungere laicamente ma sarebbe inappropriato, twitta. Anche sulla guerra in Ucraina. Non scrive un tweet in latino, inaspettatamente ma non troppo lo fa in lingua russa, riportando un brano dell’enciclica “Fratelli tutti”: «Ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato. La guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male». Amen, aggiungo io.

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Pur col massimo rispetto, trovo che non importa essere Pontefici per esprimere certi concetti semplici, elementari, forse troppo basici in un mondo assai complesso. Tutto fa. I politologi, gli osservatori di strategie belliche et similia stanno prendendo il posto dei virologi e ci dispensano prospettive di breve, medio e lungo raggio o gittata, per restare in tema. Noi invece, comuni mortali alle prese con le bollette del gas e della luce con tutto il corollario di maledizioni generiche e non, lanciate al gestore energetico, all’immancabile Governo, ai disturbatori seriali dei call center per poi prendersela con tutti i santi del Paradiso e le anime del Purgatorio, ci limitiamo a sorbirci gli speciali dei tiggì, le edizioni straordinarie, a non capirci volgarmente parlando una beata esse-e-gi-a. Dove stanno i buoni, dove sono i cattivi? E, a seconda di chi scegliamo, noi diventiamo de plano più buoni o più cattivi? Se ci scaldiamo la casa col gas del cattivo, facciamo peccato mortale o non è forse più mortal peccato non aver mai provveduto a cercare energia in casa nostra, senza magari fornirsi di pale eoliche dalla malavita o concedere trivelle a chi il mare e la terra devasta e inquina? L’argomento è pescoloso assai e la sottoscritta, preoccupata anzi, spaventatissima e impaurita delle inevitabili conseguenze di un conflitto, non osa prendere posizione. Anzi, sì, prendo decisamente posizione, accanto agli ultimi, a quegli sguardi persi dei bambini che scappano con le madri dalla propria casa, andando incontro al freddo, al buio, alla fame, e non oso immaginare oltre. Prendo posizione cercando nella scatola della bigiotteria varia, contenente orecchini rotti e gioventù perduta, braccialetti consumati dal tempo e dal sudore, che mi hanno visto vivere momenti svagati, un ciondolo. Il simbolo racchiuso in un cerchio, ‘Fate l’amore e non la guerra’, che un tempo, ormai lontano, indossavo legato a un filo di cuoio a mo’ di collana.

C’era una volta che non importava essere hippy per essere contro la guerra, e i Giganti cantavano a Sanremo ‘Mettete dei fiori nei vostri cannoni’ e Gianni Morandi strimpellava con la chitarra “C’era un ragazzo”. La cantava anche Joan Baez, ma Gianni in piazza Maggiore a Bologna la canta ancora per l’Ucraina e fa bene. Ai tempi dei figli dei fiori, del cosiddetto flower power, imperversava la guerra in Vietnam, chi se la fosse persa oltre ai libri di storia che presuppongono lo studio e oggi si sa, è tutto molto liquido e invoglia alla svogliatezza, la ritrova nei film ‘Il cacciatore’, ‘Apocalypse now’, ‘Full metal jacket’ oppure, se si preferisce qualcosa d’impatto e più vero del vero, nella foto che ritrae Kim Phúc all’età di nove anni mentre completamente ignuda scappa da Trang Bang, un paesino del Vietnam del Sud occupato dalle forze nordvietnamite, attaccato per errore dall’aviazione sudvietnamita con le bombe al napalm. Quella foto vale quanto mille pagine di Storia e fu scattata dal fotografo di Associated Press Nick Ut, che vinse per questa immagine il premio Pulitzer.

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La guerra è dunque quest’acqua qua, per dirla alla Bersani: è quella che c’hanno raccontavano genitori e nonni, la Grande Guerra che era la Prima Guerra Mondiale, e la Seconda dove gli italiani persero oltre alla guerra anche la faccia, l’onore, la credibilità. Non s’è imparato nulla, noi italiani, ancora a ragionare di fascisti e comunisti, con meno pulizia d’animo rispetto a Peppone e don Camillo di Guareschi. Poi si sa, le guerre non sono tutte uguali: ci sono quelle che fanno specie e quelle che ci s’abitua, tipo quelle in Medioriente. Ci sono quelle lontane che non ci riguardano, ci sono le guerriglie di tipo africano dove i bambini imbracciano i mitra, (per comprendere meglio, senza svenire alla lettura di reportages veri, suggerisco il film ‘Il tuo ultimo sguardo’ con Charlize Theron e Javier Bardem, che rende assai l’idea).

Ci sono guerre ridicole che tuttavia lasciano morti e disastri, e i morti e i disastri sono tragedia sempre e comunque, tipo quella delle Falkand (in inglese) o Malvinas (in spagnolo): la Gran Bretagna della Lady di Ferro vinse l’Argentina come fosse la Coppa del Mondo di calcio. Siamo sempre stati in guerra, anche la pandemia è stata guerra e forse lo sarà ancora per un po’. Oppure no, chissà. Anche l’attentato dell’11 settembre per quel che mi riguarda è stato una guerra, ma alla guerra non mi ha abituato. Affrontare l’argomento è un rischio, si rischia di generalizzare, di cadere nel tritello delle ovvietà, quelle che si sentono e si leggono ormai da giorni nei media. Le analisi, le prospettive, le prese in diretta dei bombardamenti: la guerra sempre guerra rimane e non è punto vero che la tecnologia ce l’avvicina. La guerra te la senti addosso solo se te la senti dentro, anche se si combatte in Ucraina. Ucraina appunto, Ucraina in Europa oppure presto (di nuovo) Stato dell’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche? E l’Europa è quella delle sanzioni light, dello Swift negato, dello swing ballato tra una Nazione e l’altra aspettando di vedere tutti d’accordo? Tutto si fa o si vorrebbe fare per la pace, parola abusata forse perchè di genere femminile. La persona qualunque tipo me resta frastornata e attonita, il più delle volte non capisce neanche su cosa davvero debba prendere posizione, cerca freneticamente spesso senza riuscirci di capire chi ha ragione e chi ha torto, sovente sbaglia in questa affannosa ricerca, perchè la guerra come la verità non contempla prospettive assolute. Certo, nel caso dell’invasione ucraina Putin si è confermato quel che è (a meno che non si voglia credere alla casualità ed alla sua estraneità negli incidenti accaduti a Anna Stepanovna Politkovskaja, oppure a Aleksej Anatol’evič Naval’nyj), ma anche talune adesioni alla Nato – come fa notare il giornalista Toni Capuozzo – sembrano più aperture di caffetterie (tipo Stairbucks, aggiungo io) che non una solidale alleanza tra Europa e America a stelle e strisce. Eppoi il nonnino che patisce di flatulenza non è esattamente il massimo che personalmente auspicavo dopo Trump, alla guida di un Paese immenso e carico di problemi.

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Intanto, in Russia, cosa vuol fare l’oligarca degli oligarchi, desidera tornare ai fasti dello Zar o alla potenza dell’URSS? Ormai sono tanti anni che si trova al potere, amato odiato temuto e riverito, senza apparente opposizione: dove vuol arrivare e come? Politologi, strateghi, opinionisti, orsù, scatenatevi. Io mi limito ad osservare quegli sguardi della gente che scappa, lo ripeto per ribadire un concetto poco consueto a noi che ci riscaldiamo sia pure a caro prezzo, scappa dalle bombe e va incontro all’ignoto, con l’unica certezza di patire il freddo, la fame, la paura. E intanto in Cina? La Cina e tutti i miliardi di formiche gialle che la popolano tacciono sull’argomento, ma tacere non è sinonimo di non agire. Anzi, non è che tacciono, parlano solo con chi sa che cosa. Tante infine restano le perplessità, mentre l’Europa si dimostra per l’ennesima volta ciò che realmente è, una roba disgregata, lenta, tentennona. Una condizione triste per chi come me nella UE ha creduto. L’appello di Papa Francesco si rivela quindi un aggiornato monito a fare l’amore e non la guerra, riveduto e corretto: mentre apparentemente frenetici si mostrano i governi senza peraltro essere uniti e sinergici, lui con la 500 va a ragionare nella sede diplomatica russa in via della Conciliazione, claudicante nella camminata, determinato nella Parola. Volendo con fatica rimaner leggeri, torna in mente Jake Blues nel celeberrimo film “The Blues Brothers” e me lo vedo Francesco mentre esclama: “Sono in missione per conto di Dio”.

Agli ucraini non si chiede di indossare la mascherina, di vaccinarsi con due dosi e booster, di evitare assembramenti: sono lontani anni luce i divieti anti Covid in Ucraina e si confermano penosi coloro che gridavano il sabato pomeriggio nelle piazze – italiane e non – ‘Libertà! Libertà!’ con la stella di Davide bestemmiata e indossata sul petto, solo perchè a qualcuno veniva inibito l’ingresso al ristorante. Ecco dunque che non so o meglio non sono in grado di parlare dell’Ucraina e della sua guerra, prevista peraltro da tempo e di certo non voluta dagli ucraini di buona volontà: potrei anche essere un’esperta, ma pure gli esperti dovrebbero fermarsi per rispetto ogni tanto e chetarsi, stare muti, preferendo alle parole i fatti.

La tragedia di un uomo ridicolo non è soltanto un titolo di una pellicola cinematografica , è qualcuno che depone un mazzo di fiori candidi e si fa il segno della Croce con le troupes televisive intorno, dichiarando di voler accogliere i profughi ucraini, così ridotti da un caro amico suo. Talvolta sarebbe meglio scegliere con maggior oculatezza le amicizie. Siamo in emergenza ormai da due anni, per quel che può valere io me la sento addosso dall’11 settembre 2001, l’emergenza, coi talebani, con gli ameri’ani, con tutto lo schifo rappresentato da chi governa il mondo e ha potere e lo applica ad mentula canis. Ormai è tardi per applicare la regola dell’indimenticato professor Giampiero Maracchi, che suggeriva di indossare i mutandoni di lana per abbassare la temperatura del riscaldamento e comunque presto sarà primavera, forse si metteranno fiori nei cannoni nel mentre ci saranno ragazzi che come me, amano i Beatles e i Rolling Stones.

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