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Cultura

L’odore della guerra

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Scritto da Cinzia Silvestri

Non c’è stato ancora chi abbia inventato l’odore da trasmettere alla tivù, al cinema, sui social. Guardiamo i fatti, li leggiamo ma non li annusiamo, non li sentiamo. Casomai li intuiamo, aggrappandoci a reminiscenze del nostro passato o del nostro presente. Eppure l’olfatto è un senso che arriva a farti capire bene le cose, non di rado a cambiarne l’interpretazione che deriva dalla vista o dall’udito. Mettiamo, ad esempio, di sentire l’odore di quei filmati, di quelle immagini che arrivano da Kiev o da Mariupol’ oppure dai confini dell’Ucraina con la Polonia. Va beh, c’è chi dice che sono bufale, che non c’è nulla di vero o che il tutto vada perlomeno ridimensionato: inviterei lor signori convinti delle bufale a parlare con chi è arrivato dalle nostre parti dopo aver camminato per centinaia e centinaia di chilometri, in condizioni di zero comfort e rischio massimo. Lasciamo perdere, va di moda il tifo da calcio, forse perchè il pallone giocato dà poche soddisfazioni.

L’odore, ma sarebbe meglio dire il puzzo della guerra anzi, i puzzi tanti, diversi, che di certo l’arrivo imminente della primavera in Paesi dove la neve ancora cade copiosa non mitiga, stride con i profumi che arrivano al nostro cervello e al nostro cuore nella nostra quotidianità nella nostra oasi di pseudo-pace. La tragedia tocca il paradosso, il ridicolo, l’assurdo, nel parallelo inevitabile della nostra vita privilegiata, sia pure in era Covid, con quella di chi è nella guerra/merda fino al collo. Noi guardiamo case distrutte e gente che si trascina con bambini, zaini, sacchi di plastica, anziani claudicanti, mentre accanto al televisore grosso come uno schermo del cinema il diffusore coi bastoncini profumati emana fragranze pregiate, e i nostri indumenti magari in puro cachemire profumano d’ammorbidente Amoremio. Facciamo ordine e inorridiamo, se ancora ne siamo capaci o consapevoli e magari proviamo a invertire la tendenza. Intanto ficchiamoci bene nella capoccia che quanto accade in Ucraina non è escluso accada da qualche altra parte (il video con la Tour Eiffel che circola in questi giorni parla chiaro). Sia pure chiaro che il popolo ucraino pur con gli inevitabili distinguo, viveva come noi: basta vedere le immagini pre guerra di strade e piazze per capirlo. Basta ricordarsi le interviste che gli ucraini (e gli italiani residenti in Ucraina) rilasciavano fino al giorno prima del conflitto. Il 22 febbraio, al Corriere della Sera, Michele Lacentra, chef del ristorante “Il Siciliano” dichiarava: «Ogni sabato sera tanti italiani nel nostro bistrot, per ora la situazione è tranquilla (…) Ma c’è già chi è rientrato in patria o è fuggito a Leopoli, più vicina al confine. Mi chiamano i parenti dall’Italia, mi supplicano di rientrare, ma qui per ora è tutto tranquillo, perché dovrei? Qui ho la mia famiglia, il mio lavoro…». Perchè tutto, fino ad un momento prima del caos, fila sempre innegabilmente dritto. La riflessione che oggi mi sento di fare, tra i milioni di discorsi seri, semiseri, a gazzosa, tra gli aiuti fatti col cuore e quelli fatti col calcolo, tra gli esperti di guerra e gli inesperti di pace (che abbondano) è quella sempliciotta, quasi ovvia e in quanto tale rintuzzata: e se capitasse a noi? E se capitasse a me? Certo, la guerra è lontana tanti chilometri anche se i media ce la portano virtualmente in casa, ma io credo che i più, se non si rassegnano abituandosi all’orrore, metabolizzano morti, feriti e macerie come un videogioco.

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Mi torna in mente la più famosa poesia di Primo Levi

“Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: considerate se questo è un uomo che lavora nel fango che non conosce pace che lotta per mezzo pane che muore per un sì o per un no. Considerate se questa è una donna, senza capelli e senza nome senza più forza di ricordare vuoti gli occhi e freddo il grembo come una rana d’inverno. Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore stando in casa e andando per via, coricandovi alzandovi; ripetetele ai vostri figli. O vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi.” (10 gennaio 1946)

Nulla abbiamo imparato, nulla. Lo diciamo tutti, in tono un po’ mesto, come se la cosa non ci riguardasse. Mi martella l’incipit di questa poesia e da esso cerco di immaginare questo confronto disumano, ingiusto, implacabile. Nelle piccole azioni quotidiane devasta il paragone: anche in Ucraina si beve il tè, bollente al punto che c’è chi si procura ulcere allo stomaco. Mentre sorseggio la bevanda in una tazza di fine porcellana, dall’aroma speziato con virtù ayurvediche, c’è chi cerca l’acqua da bere in pozzanghere putride, perchè l’acqua non sorte più dai rubinetti. Mentre lascio scorrere l’acqua nel vano doccia, aspettando che arrivi quella calda, c’è chi da giorni non si lava. Non si lava il viso e neanche le parti intime e vive col terrore nei bunker, emanando quel sudore che anche la paura fa uscire dai pori: quegli odori insopportabili, afrori puzzolenti e involontari che si devono sopportare vivendo tutti insieme, appiccicati in giacigli di fortuna. Diventa normalità anche per chi come noi fino a ieri si lavava, si profumava con dopobagno e deodorante comprati in negozio. Il disagio delle donne con il ciclo mestruale, sicuramente impazzito a causa degli spaventi subiti dai bombardamenti: il bisogno di sentirsi a posto, con assorbenti puliti, senza poter scegliere quella marca che piace e che fa la réclame alla tele.

Sto parlando di cose sgradevoli? No, sto parlando di dignità.

La dignità personale, che in certi Palazzi di governo s’è perduta per bramosia di potere, è anche nel rispetto del proprio corpo. Non oso pensare all’incontinenza dei vecchi, perchè se la cacca di un bambino piccolo non ancora abituato al vasino fa ridere, la cacca di un anziano non suscita lo stesso sentimento. Noi che ci scandalizziamo per una puzzetta lasciata in ascensore, dovremmo provare l’ebbrezza di stare per ore, giorni, dentro luoghi chiusi, senza finestre, al buio, accanto a persone fragili e indifese. I vecchi sono più fragili dei bambini anche se non generano lo stesso sentimento di tenerezza quando rigurgitano o hanno il dolor di corpo. Noi che in questi giorni facciamo le pulizie di primavera nelle nostre case, utilizzando lo swifferone e il mangiapolvere spray, che sistemiamo sul tavolo lustro un vaso con tulipani freschi sopra un centrino inamidato, non possiamo capire l’annientamento di abitazioni, un tempo abitazioni, dove regna una polvere impalpabile come il borotalco, che si annida ovunque e non se ne va. La polvere dei calcinacci, che ha un odore acre, come del resto acre è l’odore delle bombe, a grappolo e non.

Oriana Fallaci ben lo racconta, l’odore della guerra, in tanti suoi libri: perchè il sangue, quando le condizioni igieniche mancano, si mescola al resto, mi verrebbe da dire al sudiciume della guerra in senso lato e metaforico, ed emana un odore nauseante. Non per tutti, è evidente, basta ricordare le parole del colonnello Kurtz in Apocalypse Now: «Mi piace l’odore del napalm di mattina. Una volta, una collina, la bombardammo, per dodici ore, e finita l’azione andai lì sopra. Non ci trovammo più nessuno, neanche un lurido cadavere di Viet. Ma quell’odore… si sentiva quell’odore di benzina. Tutta la collina… odorava di… di vittoria».

Mentre osservo il caminetto acceso e mi godo il caldo e l’inconfondibile odor di legna, sp che c’è chi fugge sotto la neve e nel fuoco vede la propria casa bruciare. Tutto questo è insopportabile. Noi che abbiamo le mentine per contrastare la fiatella, propria e quella degli altri, e lo spray profumato in borsa per abbattere la pesantezza di certi luoghi pubblici, il treno, la metro, l’ascensore, dovremmo riflettere su chi non è riuscito neanche a portar con sè lo spazzolino da denti. Chi adesso scappa dalla guerra, pardon operazione speciale perchè fa più fine, viveva più o meno come noi nella propria casa, con il proprio lavoro, i propri interessi, la palestra, il cinema, il ristorante. Ora ha dovuto scegliere, o vivere in un bunker o fuggire all’estero, senza sapere se e quando tornerà a casa per tornare a vivere una vita normale (parolone!). Mentre alla Russia è negato esportare caviale, ai profughi si somministrano pasti approssimativi, quelli che la guerra ovviamente consente e io che detesto l’odore del cavolo, immagino che certe file di gente affamata, assetata e infreddolita, siano pervase da quell’odore di sbobba che ha una missione da compiere: sfamare e confortare. Noi di qua dalla guerra e non ancora usciti dall’emergenza Covid, ci permettiamo la depressione e il bonus strizza cervelli, legittimo e doveroso.

I nostri due ultimi anni non sono stati facili: ma il 2022 per l’Ucraina che anno è? La depressione è un lusso ahimè che i profughi non si possono permettere, perchè la priorità è la sopravvivenza. Per tutti, è necessario un bagno di dignità umana: vi prego, è primavera, mettete dei fiori nei vostri cannoni, prima che sia troppo tardi.

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