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Alla scoperta dei Negative Space

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I Negative Space sono quattro e sono di Folkestone, una cittadina sulla costa inglese un po’ più a sud di Dover di cui avrei probabilmente ignorato l’esistenza se non ospitasse, insieme alla vicina Hastings, uno dei tornei di scacchi più antichi di Inghilterra. Ma siccome non voglio parlarvi di scacchi, ma di musica, ecco che con i riferimenti biografici la pianto qui e interesse potenziale a dispetto di un ostentato minimalismo.

I Negative Space arrivano quasi dal nulla, e quel poco che sappiamo di loro viene da una demo ed un 45 giri per la etichetta berlinese Grave Imprint: molto poco, a dire la verità, ma abbastanza per dire che la band è sicuramente una delle migliori sorprese della nuova generazione del punk inglese ed all’ascolto lascia una sensazione di piacevole originalità.
La prima cosa che salta agli occhi del gruppo è appunto il minimalismo portato all’esagerazione: basso e batteria tengono una base ritmica tesa ed ansiogena, mentre la chitarra dal suono spigoloso e la voce che sprizza disagio e spirito polemico conferiscono al sound dei 4 una sua precisa identità. Il suono è asciutto , essenziale, senza concessioni stilistiche che possano in qualche modo coprire l’essenza del messaggio del gruppo, ma proprio questo rende i Negative Space così interessanti ed iconici e li porta ad essere, insieme ai cupi e caotici No Form ed agli intriganti Sievehead, una delle migliori espressioni della nuova scena musicale inglese.

Se poi sommiamo al tutto l’idea geniale di non dare titoli ai brani, ovvero quel tocco di provocazione che nel buon punk non deve mai mancare, ecco che il quadro è completo.

negative space

Una band intensa, sospesa fra contrasti sociali e contrasti interiori, con dentro tanti Crisis e tanta Gang of Four, ma soprattutto con quell’aura di mistero che sta fra la semplice negatività e la potenziale autodistruzione interiore.

Nei quattro venuti da Folkestone, insomma, c’è l’essenza della nuova stagione punk che prende a calci i cocci del disagio sociale dopo la sbornia della globalizzazione. Ci sono le recriminazioni verso una società che offre troppo poco e la difficoltà a trovare un equilibrio nel rapporto con gli altri e con se stessi , ma c’è, per fortuna, la capacità e la voglia di sbattere in faccia al mondo l’immagine di una catastrofe sotto forma di canzoni sofferte e coinvolgenti.

Stefano Del Giudice

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