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Tredici Pietro, cadere bene: un artista in crescita

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Scritto da Daria Derakhshan

C’è un momento, quando vai a vedere dal vivo un artista che stai ascoltando molto, in cui capisci se quel legame nato in cuffia regge anche alla prova del palco. Nel caso di Tredici Pietro, per me, è successo. E forse anche qualcosa di più: il concerto di Firenze, ultima data del Non guardare + giù Tour, ha confermato un’intuizione che avevo già maturato ascoltando l’ultimo lavoro. Qui non c’è soltanto un artista giovane che funziona nel suo giro, né solo un nome che incuriosisce per la biografia familiare. C’è un progetto musicale che sta prendendo forma, con una sua direzione, una sua credibilità e una sua energia.

Tredici Pietro, cadere bene: un artista in crescita

Sono arrivata al live con aspettative alte, perché Non guardare giù è uno di quegli album che, a un certo punto, ti ritrovi a riascoltare senza saltare tracce. Non è scontato. Soprattutto in un panorama in cui spesso i dischi sembrano costruiti intorno a due o tre singoli forti e il resto fa da contorno. Qui, invece, l’impressione è quella di un lavoro compatto, attraversato da un’urgenza personale ma anche da una cura evidente per il suono. Dentro ci sono rap, hip hop, R&B, una certa sensibilità cantautorale, e soprattutto una scrittura che non cerca solo l’effetto immediato. Tredici Pietro lavora molto sul peso emotivo delle parole, ma senza perdere ritmo, senza appesantire tutto con la retorica.

È anche per questo che il discorso sul “figlio di” comincia a stare stretto. Certo, Pietro Morandi è figlio di Gianni Morandi, e sarebbe ingenuo fingere che questo non faccia parte della narrazione pubblica intorno a lui. Ma il punto, ormai, dovrebbe essere un altro: quanto ancora vogliamo usare quella biografia come lente principale per leggere quello che fa? La cosa interessante è che lui non sembra né volerla rinnegare né sfruttarla in modo furbo. Il nome Tredici Pietro è già, in sé, una scelta di distanza e appartenenza insieme: non cancella la storia da cui viene, ma prova a costruire un’identità autonoma, laterale, riconoscibile.

Sanremo, con Uomo che cade, ha probabilmente accelerato questo passaggio. Il brano ha portato su un palco enorme un tema che attraversa bene la sua scrittura: la caduta non come fallimento definitivo, ma come movimento umano, come passaggio necessario. Cadere, rialzarsi, ricadere, capire qualcosa di sé. Non è un immaginario nuovo, certo, ma nel suo caso funziona perché non viene trattato come posa. C’è una fragilità che non chiede assoluzione, ma spazio. E in una scena musicale spesso ossessionata dalla performance, dalla sicurezza, dall’immagine invincibile, questa cosa ha un peso.

ph Luca Brunetti

Dal vivo, poi, si capisce meglio perché Tredici Pietro abbia qualcosa in più rispetto all’idea generica di “artista promettente”. Ha fiato, tiene il palco, sa stare dentro i pezzi senza farsi mangiare dalle basi o dall’emozione. Ma soprattutto riesce a creare una dimensione collettiva. Il concerto non è sembrato un’esibizione costruita solo attorno alla figura centrale dell’artista: c’erano la crew, gli amici, le dediche, un senso di comunità molto forte. E questa cosa, oggi, non è secondaria. In un momento in cui tanti progetti musicali sembrano nati per essere consumati velocemente, vedere un artista che porta con sé il proprio mondo, e non soltanto la propria immagine, restituisce qualcosa di più vero.

Anche il pubblico raccontava molto. Non era importante conoscere ogni parola di ogni canzone, anche se molti intorno a me le conoscevano eccome. La cosa bella era sentire una partecipazione già molto oliata, molto fisica, da fan base vera, ma senza quell’effetto chiuso da culto privato. C’erano persone più giovani, naturalmente, ma anche chi magari non rientra nel target più prevedibile. E alla fine è liberatorio accorgersi che non importa più così tanto chiedersi se si sia “troppo grandi” o “fuori target” per un concerto. Quando un artista ha qualcosa da dire e lo dice bene, il punto non è l’età media sotto il palco. Il punto è se arriva.

A Firenze è arrivato. È arrivata la forza di un disco che continua a suonare fresco anche dopo mesi di ascolto. È arrivata la conferma di un artista che non si limita a occupare uno spazio, ma sembra volerlo costruire passo dopo passo. È arrivata anche una certa idea di fedeltà: alle persone vicine, alle proprie radici, al proprio immaginario, al desiderio di non diventare una copia di qualcosa che esiste già.

Non so se Tredici Pietro diventerà un nome enorme o se resterà un artista più di nicchia, amato da un pubblico molto preciso. Ma forse, a questo punto, non è nemmeno la domanda più interessante. La domanda vera è se quello che sta facendo abbia valore. E la risposta, dopo questo concerto, per me è sì. C’è sostanza, c’è preparazione, c’è una scrittura che cresce e una presenza live che convince.

C’è soprattutto la sensazione che Tredici Pietro stia imparando a cadere senza guardare troppo giù.

E magari proprio da lì, da quella caduta dichiarata e trasformata in musica, potrebbe arrivare il suo volo.

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