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Il valore del Cinema Breve: vent’anni di cortometraggi al Festival del cinema di Lucca

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Scritto da Alessio Arcaleni

Il valore del cortometraggio è profondamente cambiato nel corso degli anni, seguendo l’evoluzione del cinema, dei suoi linguaggi e dei nuovi modi di raccontare le storie. Eppure, nonostante le trasformazioni che hanno attraversato il mondo della settima arte, ci sono Festival che hanno saputo custodire e valorizzare questa forma di espressione, mantenendone intatta la forza e la capacità di raccontare il presente. Tra questi c’è il Festival del Cinema di Lucca, che da vent’anni, attraverso il suo concorso dedicato ai cortometraggi, porta sullo schermo storie, autori e sguardi capaci di raccontare un mondo in continua evoluzione.

Un percorso lungo due decenni, fatto di ricerca, passione e attenzione verso il cinema breve, che continua a rappresentare un importante spazio di sperimentazione e di scoperta.

Di questo percorso, dell’evoluzione del cortometraggio e del significato che oggi assume un concorso cinematografico, ne abbiamo parlato con Laura Da Prato e Dario Ricci, curatori del concorso cortometraggi del Festival del Cinema di Lucca.

Lucca film Festival 2026
Laura Da Prato e Dario Ricci

Il concorso cortometraggi del Lucca Film Festival compie 20 anni: guardando indietro, come è cambiato il linguaggio del corto in questi due decenni?

(Laura Da Prato) Considerando che il concorso è nato come sezione di opere puramente sperimentali e che si è aperto letteralmente al mondo del cinema entrando nel narrativo, possiamo dire che oggi non vi sia distinzione tra un cinema a formato breve e un cinema a formato lungo, lo dimostra la presenza di importanti nomi internazionali nei cast e nella produzione.

Cosa vorreste che il pubblico di Lucca portasse a casa da questa ventesima edizione del concorso?

(Dario Ricci) Per noi il rapporto col pubblico è vitale, al punto da aver introdotto anni fa un apposito premio “giuria popolare”. Tolti gli appassionati, è realistico supporre che per una fetta importante di spettatori sarà l’unica occasione annuale per vedere e valutare dei cortometraggi. Più di tutto vorrei quindi che il pubblico uscisse dalla sala carico di curiosità di averne di più. Penso che tutta l’industria cinematografica abbia e avrà sempre più bisogno di un pubblico curioso, onnivoro e consapevole. È inutile frignare sulla presunta crisi del cinema se non si stimolano gli spettatori in sala e li si considera solo come carne da algoritmo. Il pubblico presente cresce a ogni edizione quindi ci pare che questa logica funzioni.

Tra i tantissimi cortometraggi ricevuti, quali criteri sono stati decisivi per arrivare ai 12 finalisti?

(Laura Da Prato) Innanzitutto occorre considerare che arrivare ad ottenere 12 corti di livello qualitativo alto che siano ancora in prima nazionale alla fine di settembre, è già una bella sfida. Che esclude, purtroppo, opere spesso molto meritevoli, e che quindi il pubblico potrà trovare nel fuori concorso. Poi cerchiamo sempre di presentare punti di vista differenti, diverse culture, storie profondamente radicate nella contemporaneità o fuori dall’ordinario. Ma è sempre un lavoro molto complesso, fatto anche di ricerca dai principali festival internazionali, per scovare nuove e interessanti voci e storie.

Il formato breve permette oggi una maggiore libertà creativa?

(Dario Ricci) Intesa come forte controllo da parte del cast artistico, la libertà creativa è spesso inversamente proporzionale al peso decisionale delle produzioni e questa legge si applica a qualsiasi formato. I lungometraggi mainstream hanno interesse ad accalappiare il maggior pubblico pagante possibile, i cortometraggi cercano di fare la stessa cosa con più festival possibili. Mercati diversi, stesse logiche. Considerando invece solo le opportunità specifiche del cortometraggio, è indubbio che le tecnologie contemporanee forniscano strumenti eccezionali a supporto della libertà creativa. Realtà produttive più ridotte possono raggiungere risultati inediti fino a pochi anni fa.

Come si costruisce una selezione internazionale?

(Laura Da Prato) Una selezione internazionale come la nostra intanto parte, non solo dal criterio di anteprima nazionale, ma anche dal livello tecnico che già si deve mostrare alto, come se fosse un’opera il cui habitat naturale è la sala cinematografica. Il percorso per la selezione si sviluppa in 2 modi: da una parte riceviamo centinaia di opere sulle piattaforme online, principalmente su Filmfreeway, dove realmente arrivano corti da tutto il mondo, poi in parallelo lavoriamo sul cosiddetto “scouting”, cioè studiando le programmazioni dei principali festival internazionali (si va dai 50 ai 150 festival nel mondo) si cercano proprio le opere che sembrano più interessanti, i vincitori dei premi più ambiti, i corti dal trailer più originale e si contattano. E’ un lavoro di selezione mastodontico, dove lavoriamo assieme a collaboratori e tirocinanti e arriviamo a contattare decine di migliaia di autori, produzioni o distribuzioni di corti. Poi, la selezione, una volta scremata la prima parte di opere arrivate, dipende anche dal nostro gusto e dalla nostra concezione di cinema.

Qual è il confine tra gusto personale e linea editoriale del festival?

(Dario Ricci) Per come organizziamo internamente il programma e poiché oramai come festival siamo una squadra collaudata, non ci può essere un confine. La linea editoriale del festival è la somma delle visioni delle persone che lo compongono, che per forza di cosa imporranno il loro gusto personale sulle relative responsabilità. Non si sono mai creati attriti al riguardo ed è irrealistico immaginare che accadrà in futuro.

Che cosa vi fa capire, nei primi minuti di un film, chi merita di entrare in concorso?

(Laura Da Prato)  Il corto ti deve catturare, ti deve incuriosire fin da subito, deve avere un’atmosfera che ti fa pensare che ne vuoi sapere di più. Le primissime immagini sono fondamentali, e direi anche le prime battute.

Quanto conta oggi l’originalità rispetto alla qualità tecnica?

(Dario Ricci) La qualità è oramai inflazionata, con uno smartphone e due obiettivi chiunque può competere tecnicamente con produzioni più articolate. L’originalità è certo più rilevante, ma troppo spesso si traduce in fuochi di paglia e si vede molto bene nella serialità. Quante serie dalle premesse clamorose, con episodi pilota brillanti, vengono cancellate in breve perché non sanno dove condurre quelle premesse? Per chi produce film, oggi come nel 1895 conta solo l’emozione che un’opera riesce a trasmettere, indipendentemente dai mezzi utilizzati o da quante volte lo stesso messaggio sia stato lanciato. È una banalità ma è vero.

Se doveste indicare un solo motivo per cui il pubblico dovrebbe scegliere di vedere i film in concorso quest’anno, quale sarebbe?

(Laura Da Prato) Nel concorso internazionale cortometraggi del Lucca Film Festival si entra dentro nuovi mondi, o ci si ritrova nel proprio mondo interiore, questo può essere un buon punto di partenza.

Cosa significa, secondo voi, fare cinema oggi?

(Dario Ricci) Fare cinema significherà sempre avere qualcosa da dire. Se non ce l’hai puoi fare a meno di girare. Nel panorama contemporaneo significa inoltre fare i conti col rumore assordante e fagocitante delle grandi produzioni. La moltiplicazione esponenziale dei canali comunicativi e distributivi che abbiamo vissuto negli ultimi decenni non si è tradotta in maggiori possibilità di emergere, se non in casi isolati e statisticamente irrilevanti. Chi dominava il mercato prima lo domina oggi, solo con più mezzi e più pervasivi. La sfida di questi decenni, per chi fa cinema, è ritagliarsi uno spazio in cui far sentire la sua voce e raramente ci si riesce cercando di fare più rumore degli altri.

Se doveste descrivere il cinema che avete scelto per Lucca 2026 con una sola parola, quale sarebbe e perché?

(Laura Da Prato) Il cinema in concorso e fuori quest’anno è esistenzialista. Nessuno ne resterà indifferente.

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