Che cos’è il cinema? E, soprattutto, cosa significa fare cinema oggi?
Sono domande apparentemente semplici, ma alle quali è sempre più difficile dare una risposta univoca. Dalla sua nascita a oggi, la settima arte ha attraversato trasformazioni profonde: sono cambiati i linguaggi, i metodi di produzione, le modalità di distribuzione e, inevitabilmente, anche il modo di raccontare e guardare le storie.

Come abbiamo già avuto modo di osservare parlando di cortometraggio, anche il lungometraggio ha seguito questa evoluzione, confrontandosi con nuovi strumenti, nuove forme narrative e un panorama audiovisivo in continua trasformazione.
Ma quanto questi cambiamenti hanno influenzato anche il mondo dei festival cinematografici? E come sono cambiate, di conseguenza, le modalità con cui vengono scelti e selezionati i film da presentare al pubblico?
Per approfondire queste domande abbiamo incontrato Stefano Giorgi e Mattia Fiorino, curatori del concorso lungometraggi del Lucca Film Festival, ai quali abbiamo chiesto di raccontarci il loro punto di vista sul cinema contemporaneo, sul lavoro di selezione e sulle sfide che oggi un festival deve affrontare per costruire il proprio programma.

Quest’anno il concorso è stato definito un “osservatorio sulle nuove direzioni del cinema contemporaneo”: quali tendenze avete visto emergere più chiaramente scorrendo le candidature?
(Mattia Fiorino) Una cosa che ci è tornata davanti parecchie volte è il cinema che si occupa dei morti. Non (solo) in chiave horror: in chiave anche pratica, quasi burocratica. Un uomo torna in vita e i colleghi devono capire come sistemargli le pendenze legali; due anime aspettano in una casa dove non restano più parole; una figlia torna a casa e i sogni cominciano ad anticiparle i lutti. La morte come inizio di una procedura, più che come finale. Se sia una tendenza o una figura che ci siamo costruiti guardando, onestamente non lo sappiamo. Poi c’è una questione di durata, meno poetica. Il film da novanta minuti, che è considerata la misura implicita del lungometraggio d’autore, quest’anno lo abbiamo incontrato poco. Si sta ai settanta o si va ai centoquaranta. Chi dura poco spesso ha tolto i dialoghi; chi dura molto afferma che il pubblico non vada accompagnato. Una faccenda produttiva che diventa quasi subito una faccenda estetica.
Come si divide il lavoro di selezione? Ci sono stati film su cui non eravate d’accordo?
(Stefano Giorgi) Ci troviamo d’accordo nella maggior parte dei casi: lavoriamo insieme da diversi anni e i nostri gusti, pur non essendo identici, sono affini. Quando emergono divergenze, diventano un’occasione di confronto: riflettiamo a lungo su ogni film e incrociamo i nostri punti di vista fino ad arrivare a una visione condivisa.

Cosa deve avere un film per raccontare “la complessità del presente attraverso sguardi inediti e coraggiosi”?
(Stefano Giorgi) Non è tanto una questione di sguardo in senso tematico – i temi, ormai, li abbiamo visti pressoché tutti – quanto di linguaggio. È il linguaggio a dover colpire, non la tecnica: è l’unico elemento capace di trasformare quello che sarebbe un film normale in un grande film. Oggi la competenza tecnica è pressoché data per scontata, mentre negli ultimi anni si osserva un calo nella qualità della scrittura.
(Mattia Fiorino) Gli sguardi davvero inediti e davvero coraggiosi, oggi, non passano dai concorsi dei festival: stanno più in là di quasi tutti i festival; sono quelli, ad esempio, che non hanno anteprime da spendere e quindi non hanno nemmeno una casella in cui stare. Dentro il perimetro del generificato “cinema d’autore”, però, la differenza la fa una cosa precisa: che il presente entri nel film come pressione e non come argomento. Si vede da dove si mette la macchina da presa, da quanto si lascia durare un’inquadratura, da cosa un regista può ancora permettersi di girare e con quali/quanti soldi. Un film realizzato in totale indipendenza, con un budget ridotto, che usa i paesaggi rurali come unica scenografia possibile, dice sul presente molto più di un film che il presente lo dichiara in un pressbook.
Come si costruisce una selezione internazionale?
(Stefano Giorgi) Il principio di fondo è tenere i bandi aperti a livello globale, senza restrizioni geografiche: non è un’operazione complessa in sé, ma richiede continuità e visibilità nel tempo, affinché il festival diventi un punto di riferimento riconosciuto anche lontano dai confini nazionali. Il risultato è che le candidature arrivano davvero da ogni parte del mondo, e questo permette di costruire una selezione che riflette sguardi ed esperienze cinematografiche molto diverse tra loro. Ci dispiace però che le candidature italiane restino purtroppo scarse. Vorremmo che il festival fosse anche un’occasione di confronto con il cinema del nostro Paese.

Qual è il confine tra gusto personale e linea editoriale del festival?
(Mattia Fiorino) Non c’è, e diffiderei di chi dice il contrario. Un festival che sostiene di selezionare per criteri oggettivi sta nascondendo un gusto sotto un’anagrafe. La distinzione vera non è tra gusto e linea, ma tra un gusto che accetta di argomentarsi e un gusto che pretende di essere evidente. Una selezione a più teste serve esattamente a questo: a costringere ciascuno a spiegare perché, e a scoprire nell’attrito e nel confronto quali sono i film che sopravvivono anche a chi non li ha proposti. Quelli sono i film che entrano. E poi c’è una cosa che si capisce solo alla fine: la linea editoriale è il risultato della selezione, non il contrario. Con i dodici titoli chiusi e messi in fila è venuto fuori quello che avevamo pensato senza accorgercene, e non sempre coincideva con quello che ci saremmo aspettati.
Che cosa vi fa capire, nei primi minuti di un film, chi merita di entrare in concorso?
(Mattia Fiorino) Niente: nei primi minuti si può capire chi escludere, mai chi includere. Il rifiuto è veloce, l’adesione è lenta. Quasi tutti i film che abbiamo amato quest’anno si sono rivelati tardi, alcuni hanno avuto bisogno di una seconda visione a distanza di settimane. Quello che si vede subito è se qualcuno ha deciso qualcosa. Un’inquadratura scelta invece che accettata, un suono che non sia solo la registrazione di ciò che c’era. Si vede se il film ha un rapporto con il proprio tempo se sa di quanto tempo ha bisogno. E ciò non è una questione di mezzi. Detto questo, Negli anni, come selezionatori, abbiamo imparato a non fidarci del nostro giudizio rapido. Se è rapido è pigro.

Quanto conta oggi l’originalità rispetto alla qualità tecnica?
(Stefano Giorgi) Come dicevo, ciò che conta davvero è il linguaggio, ed è lì che risiede l’originalità. La componente tecnica ha perso centralità: oggi anche con uno smartphone si può realizzare un film di ottima qualità, senza bisogno di set, macchine da presa o grandi troupe. È vero che in alcuni casi i limiti si avvertono, penso ad esempio alle scene di interni – ma l’originalità, ormai, si gioca sul piano del linguaggio, non su quello della tecnica.
Se doveste indicare un solo motivo per cui il pubblico dovrebbe scegliere di vedere i film in concorso quest’anno, quale sarebbe?
(Stefano Giorgi) Perché sono film che, quasi certamente, non si avrà altra occasione di vedere – di sicuro non sulle principali piattaforme di streaming. È scomparso anche il mercato dell’home video, e resistono solo pochi baluardi come Mubi o Festival Scope: altrimenti, semplicemente, non c’è modo di recuperarli. Le serie tv dominano ormai il mercato, e le piattaforme non acquistano più film di questo tipo. Se un’opera non ottiene un grande successo, in Italia resta invisibile al di fuori del circuito festivaliero: sono film che vivono, fondamentalmente, del momento. Dieci anni fa qualcosa trovava ancora spazio in blu-ray, ma anche questa possibilità si sta progressivamente esaurendo. È il successo a decidere tutto, ma il successo non ha alcuna correlazione con la qualità delle opere – ed è proprio per questo che bisogna andare nei festival, per incontrare sguardi nuovi.

Se doveste descrivere il cinema che avete scelto per Lucca 2026 con una sola parola, quale sarebbe e perché?
(Mattia Fiorino) “Soglia” è una parola adeguata. Molti di questi film si fermano su una linea di confine e non hanno nessuna fretta di attraversarla. Una casa dove due anime aspettano di passare dall’altra parte; un uomo che è morto e poi non lo è più, e resta in mezzo senza sapere cosa fare delle sue pratiche; un villaggio sul crinale tra la distruzione e la salvezza; un ragazzo che non è più bambino e non è ancora adulto; un attore fermo tra il ritiro e il ritorno. E poi c’è una coincidenza comoda: anche una prima visione è una soglia. È il momento in cui un film smette di circolare come file tra selezionatori e diventa cosa pubblica per una sera o più sere.