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Cultura

Piero Angela: morire è un’avventura

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Scritto da Cinzia Silvestri

Morire è un’avventura nei profondi abissi dell’inconscio e del subconscio, un viaggio verso la più lontana delle supernove e, al contempo, verso il più profondo dei fondali marini.” Piero Angela (1928 – 2022)

No, non lo scrivo il coccodrillo sul divulgatore per eccellenza, mi rifiuto, così come non mi va di farne un ritratto uguale a cento, mille altri. Pesco qua e là le notizie, difficile scovarne di originali per un personaggio che ha fatto la storia della televisione italiana, ne è stato colonna portante. Infatti la sua dipartita farà traballare ancor di più, senza il suo contributo determinante scientifico sì ma senza puzza sotto il naso, la credibilità del mezzo televisivo ormai devastato dal trash dei talk show politici, dei reality, della fiction penosa e delle repliche infinite di programmi pietosi. Ero convinta che prima dell’arrivo in Rai, Piero Angela avesse lavorato come musicista sulle navi da crociera con Silvio Berlusconi: mi sbagliavo, il Cavaliere si esibiva negli anni ‘50 con Fedele Confalonieri, a lui rimasto nel tempo fedele, sic. Però Piero Angela era un musicista e suonava il piano. Raccontava di passare molto tempo alla tastiera “non quella del computer, ma quella del pianoforte, con cui navigo nella musica” e confessava le sue fughe per ascoltare la musica, come fece nel 1949 per andare a Nizza a seguire un concerto del grande Louis Armstrong. In Rai entrò proprio come musicista.

Berlusconi però lo conobbe e descrisse lo strano incontro nel 2018 in occasione dell’intervista rilasciata alla trasmissione Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, spiegando di aver conosciuto il leader di Forza Italia in un luogo molto poco istituzionale: “Ci siamo conosciuti in un gabinetto, dopo che ognuno però aveva già fatto quello che doveva fare. (…) Era una cena di gala per i Telegatti e Berlusconi aveva appena acquistato Tv Sorrisi e Canzoni. Io non lo conoscevo e quindi parlammo un po’ in quell’occasione, nel bagno. Mi colpì il fatto che mi parlò di tante cose, senza conoscermi, anche cose molto delicate”.

 Piero Angela

Come tutti i personaggi di successo, anche Piero Angela è stato vittima delle parodie comiche: indimenticabile è stata quella dell’attore Gianfranco D’Angelo nella trasmissione Drive In nella rubrica “Quirk quork quark”, che suggellava sia pure in modo ironico l’indiscutibile successo della trasmissione “Quark” che ha fatto conoscere a tutti gli italiani l’Aria sulla quarta corda di Bach, in una moderna versione reinterpretata dagli Swingle Singers. Non si pensi tuttavia che Piero Angela tollerasse ad oltranza le parodie: nel 2001 quella che l”Ottavo nano’, il programma di Raidue condotto da Serena Dandini, riservò al figlio Alberto, nell’interpretazione dell’attore Neri Marcorè, dove lo stesso Alberto fu etichettato come raccomandato fece partire, pare, una lettera inviata dal padre Piero alla Rai, in cui il conduttore minacciò di interrompere ogni rapporto di lavoro con l’azienda (e nel futuro palinsesto su Raitre era previsto ‘Ulisse, il piacere della scoperta’ con Alberto conduttore e Piero curatore, senza considerare che il signor Angela senior aveva riscoperto i dinosauri prima dell’hollywoodiano Jurassic Park e vendendoli nel mondo alle televisioni di quaranta Paesi). Piero Angela non volle commentare l’indiscrezione, non confermando e non smentendo la notizia. L’allora direttore di Raidue Carlo Freccero gli telefonò mostrandosi molto dispiaciuto per l’arrabbiatura del conduttore, invitandolo però a guardare lo sketch semplicemente come una parodia. La televisione stava cambiando e non in meglio, di certo i programmi televisivi della famiglia Angela parevano sempre più una boccata d’aria fresca in un ambiente inquinato. La TV di Stato probabilmente non ha colto la contraddizione tra le proposte qualitativamente alte di divulgatori scientifici e non solo, quali gli Angela padre e figlio e certa televisione d’intrattenimento leggero spesso scadente nell’irriverenza più triviale (con tutto il rispetto per i programmi di Dandini & soci). Credo che il miglior ritratto di Piero Angela scaturisca da una vecchia intervista di Repubblica nel 2008, al compimento dei suoi ottant’anni, che lo descrive come il gentiluomo di Quark e di cui riporto di seguito alcuni stralci.

Il giornalista Dario Cresto-Dina è ricevuto nella casa romana e gli viene offerto un cioccolatino, «sono un professionista del gianduiotto alla fine del pranzo» ed ha l’impressione di essere seduto davanti alla tv. Angela comincia a parlare di sé e non solo: «Margherita (la moglie n.d.r.) non ha mai voluto essere fotografata con me, alle cene in pubblico andiamo sempre separati. Non è gelosa e temo di non averle mai dato motivi per esserlo. Mai ricevuto lettere profumate da parte di donne innamorate. Non sono un divo, penso che i miei spettatori mi considerino un loro parente. Nella vita ho fatto tanti errori e commesso pochi peccati. Peccare è faticoso come dire le bugie, bisogna possedere buona memoria. Sono un pantofolaio, mi piace stare in casa, persino al cinema vado pochissimo. Ogni tanto faccio qualche viaggio, anche in tenda e sacco a pelo, ma dopo tre giorni la vacanza mi ha già stancato. Non ho mai lavorato tanto come adesso. Non sento la fatica degli ottant’anni. Purtroppo me li ha ricordati qualche settimana fa l’Istituto di previdenza dei giornalisti». Si alza, prende dal tavolo una lettera ciclostilata e la mostra. È la richiesta di una certificazione di esistenza in vita. (…) «Io non credo a nulla, evito di parlare di Dio come degli extraterrestri. La scienza unisce posizioni ideologiche differenti, mi auguro che presto lo comprenda anche la Chiesa. La scienza è filosofia. La biochimica ci aiuta a capire da dove veniamo. L’astrofisica scandaglia i segreti dell’universo, la paleontologia umana lo sviluppo dell’uomo, la fisica della materia illumina ciò che ci circonda, la genetica quello che sta dentro di noi». Si batte la fronte con l’indice: «La vita è qui». Al giorno d’oggi, dice, il motore che cambia il mondo non è più la scienza, ma la tecnologia e la tecnologia non ha nulla a che fare con la filosofia. È meccanica, è profitto. «La tecnologia può salvarci o distruggerci, lo snodo è culturale, sta nella nostra capacità di gestirne limiti e vantaggi». (…) il suo autore di fantascienza preferito è Arthur Clarke perché nelle sue storie ha sempre privilegiato la verosimiglianza scientifica ai sogni d’onnipotenza. «La vita è un elastico e tutti noi ne abbiamo uno diverso. Lo tiri fino a quando non si spezza, l’unica certezza è proprio questa, c’è, prima o dopo, un punto di rottura. Ho cominciato a pensare alla morte quando ho compiuto cinquant’anni, prima coltivavo segretamente l’ illusione intellettuale di essere immortale mentre, invece, siamo tutti in marcia verso un nido di mitragliatrici. Ogni mattina, una delle prime pagine che cerco sui giornali è quella delle necrologie. Con grande sincerità, le dico che non mi auguro la prospettiva di una società di ultra centenari». Piero Angela è stato nove anni a Parigi come corrispondente della Rai, quattro a Bruxelles, ha girato l’America in lungo e in largo, ma non è mai riuscito a correggere completamente l’accento torinese. Spulciando gli archivi delle parrocchie è salito sulla macchina del tempo e si è arrampicato fino al Seicento per ritrovare a Pobbia, vicino a Ivrea, la culla della sua famiglia. Il padre era uno psichiatra. Antifascista, personaggio importante della Resistenza, salvò decine di ebrei ricoverandoli nella sua clinica di San Maurizio Canavese. Li faceva passare per matti. Israele lo ringraziò con il titolo di Giusto della nazione. Nel 1952, a ventiquattro anni, Piero mette piede nella sede della radio di Torino dopo avere partecipato a una selezione per collaboratori. Inseguiva le sue chimere, a tentoni. «Studiavo ingegneria al Politecnico, ma in realtà l’ambizione era quella di fare musica. Pianoforte. Avvertivo il fascino americano, eravamo nel Dopoguerra, m’ innamorai del jazz. (…) Avevo un compagno, Lodovico Lessona, che musicista riuscì a diventarlo per davvero, i suoi genitori lo avevano chiamato così in onore di Beethoven. Una predestinazione. Purtroppo Lodovico morì giovane in un incidente aereo in Bulgaria. Molto tempo prima di quella tragedia pensai che per certi mestieri si dovesse portare il nome giusto, e io non ce l’ avevo. Così sono diventato giornalista». A Torino, in via Montebello, a pochi metri dalla Mole Antonelliana, ci sono Gigi Marsico, Mario Pogliotti, Enzo Tortora, Furio Colombo, Umberto Eco, Gianni Vattimo.

 Piero Angela

È una stagione pionieristica e entusiasmante. «Si fa di tutto. Notiziari locali, Radiosera, Voci dal mondo… Vado in giro per i servizi su una Fiat Giardinetta attrezzata. Il registratore a disco è grande come una lavatrice, con due batterie da venticinque chili l’ una. Su una salita della Valle d’Aosta la Giardinetta ci pianta in asso, siamo in due, ci carichiamo quell’armamentario sulla schiena. Restano da fare un paio di chilometri, è un massacro. Nel ’68 Fabiano Fabiani mi chiama a Roma, alla televisione. Mi dice: “Basta con gli speaker nei telegiornali, voglio che in video vadano i giornalisti”. Comincio al tg delle 13.30, mi alterno con Andrea Barbato». La gara tra americani e russi per la conquista dello spazio gli cambierà la vita. Va negli Stati Uniti, alla Nasa, racconta la preparazione allo sbarco sulla Luna. L’Apollo 7, 8, 9, 10, 11 e 12. «Scopro che dietro a quei tre astronauti spediti lassù c’è l’opera straordinaria e sconosciuta di seicentomila persone». È un incantesimo dal quale non riuscirà più a affrancarsi. Quando rientra in Italia chiede e ottiene di lasciare il telegiornale. «Invece di dieci notizie al giorno da allora ne racconto una ogni due anni. Il primo documentario è sulla genetica, scienza che stava appena nascendo». Diventa finalmente Piero Angela. Per la prima volta. Il suo nome si trasforma in un marchio, alla faccia della predestinazione.

 Piero Angela

Non è un ingegnere, non è un musicista, non è uno scienziato, è un incredibile divulgatore. Ha scritto trentatré libri di cui ha venduto oltre tre milioni di copie, ha ricevuto otto lauree honoris causa, ha realizzato una sessantina di documentari e centinaia di puntate televisive, ha vinto sette Telegatti e otto volte il premio nazionale di regia televisiva. Confessa con sincerità: «Sono diventato ricco e famoso. Ho pagato le tasse e portato molti soldi anche nelle casse della Rai». Un fuoriclasse dell’audience, un volano per gli introiti pubblicitari. Il giornalista gli dice che è un miracolo per uno che si è messo al volante della scienza senza avere neppure la patente di una laurea in ingegneria. Lui risponde con immutabile cortesia: «Non sono un truffatore, ogni mio libro è una tesi. Leggo, leggo, leggo. Parlo con gli scienziati, faccio il mio compitino e poi lo porto a correggere. Il mio primo libro lo feci rivedere da cinque grandi specialisti. Diventò olio extravergine d’oliva». Insiste: qualcuno le ha mai detto signor Angela, lei è bravo ma noioso? «No, non me lo ha mai detto nessuno. Mica sono un comico. Non ho mai studiato recitazione, sono normale, sono me stesso. Gliel’ho detto, uno di famiglia che cerca di semplificare le cose complicate. Il mio linguaggio sta dalla parte del pubblico, i contenuti dalla parte degli scienziati». Nell’Italia della gerontocrazia, Piero Angela sa di essere un dinosauro del potere. «Ma siamo anche pieni di ottantenni falliti. Il problema è un altro: mentre all’ estero ciò che conta è il merito, da noi si tende a premiare i demeriti. Quando andai in America negli anni Settanta, a raccontare la crisi petrolifera che costrinse all’austerity l’Occidente, intervistai il capo dell’Agenzia nazionale per l’energia. Non aveva ancora trentacinque anni. In Italia non sarebbe mai potuto accadere. Il nostro non è un Paese normale. Siamo lottizzati, conflittuali, in politica direi persino forsennati. Mi sento un pesce fuor d’acqua, vado a votare con grande difficoltà e non le dirò per chi. Mi piace fare come Walter Cronkite, il più grande giornalista nella storia della televisione americana. Di lui non si seppe mai se fosse di fede democratica o repubblicana. Io mi considero un uomo dello Stato, un servitore pubblico. A volte mi sento il controllore di un treno». Ed ora, a fine intervista di Dario Cresto-Dina, se avete voglia di ricordare con un sorriso il nostro (sì, di tutti) Piero Angela, leggetevi qualche meme qui: www.facciabuco.com/idolo/piero-angela

Cinzia Silvestri

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