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Quattro scatti per restare

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Scritto da Daria Derakhshan

In un tempo in cui scattiamo fotografie continuamente, le conserviamo sui nostri smartphone e spesso le dimentichiamo con la stessa velocità con cui le abbiamo fatte, c’è chi sceglie ancora di aspettare.

A Firenze, davanti alle cabine di Fotoautomatica, quell’attesa è diventata parte di un piccolo rito: si entra, ci si siede, quattro scatti e poi qualche minuto prima di poter tenere tra le mani una striscia di fotografie.

Un oggetto semplice e reale, da conservare, regalare, infilare in un portafoglio o ritrovare anni dopo.

Dietro Fotoautomatica c’è Matteo Sani, fiorentino ed ex- scenografo, che oltre quindici anni fa ha iniziato a recuperare e restaurare vecchie cabine analogiche destinate a scomparire, riportandole in funzione per le strade di Firenze.

Oggi, mentre il digitale ci permette di fotografare tutto e subito, davanti a quelle macchine si formano le file. Ragazzi cresciuti nell’era dello smartphone, coppie, amici, famiglie e viaggiatori scelgono quattro fotografie che non possono vedere in anteprima, modificare o cancellare.

Forse è nostalgia. Forse è il desiderio di rallentare. O forse, circondati da migliaia di immagini, abbiamo semplicemente ricominciato ad avere bisogno di fotografie che possiamo toccare e portare con noi.

Abbiamo voluto parlarne con Matteo Sani, che ringraziamo per aver accettato il nostro invito, provando a guardare Fotoautomatica non soltanto attraverso la storia del progetto, ma attraverso ciò che continua a raccontare del nostro rapporto con le immagini, il tempo e i ricordi

Quando hai recuperato le prime cabine sembravano appartenere a un mondo destinato a scomparire. Oggi le persone fanno la fila per usarle. Ti aspettavi che avremmo sentito di nuovo questo bisogno?

Sì, ma forse non fino a questo punto. Il fenomeno ha sorpreso me, così come tutti i miei colleghi nei diversi Paesi in cui queste fotocabine continuano, quasi ostinatamente, a resistere all’usura del tempo. È innegabile, tuttavia, che buona parte della loro rinnovata visibilità sia oggi alimentata dai social.

Credo inoltre che la vera crescita vada collocata nel periodo post-Covid. La pandemia è diventata, quasi suo malgrado, uno spartiacque tra un prima e un dopo, modificando il nostro modo di stare insieme, di guardarci e, forse, anche di guardarci da soli. 

È molto gratificante vedere come le persone siano anche disposte a mettersi in fila, attendere con pazienza diversi minuti per entrare infine in pochi metri quadrati e affidare a una macchina automatica  il compito di restituire un’immagine di sé.

Nell’epoca dello smartphone, Fotoautomatica ci chiede di aspettare e di accettare uno scatto senza poterlo controllare. Secondo te, cosa cerchiamo in quell’attesa?

È un po’ come sfidare il destino.

Inserisci la moneta e, da quel momento, sei nelle sue mani. Nei pochi secondi che precedono il primo scatto si avverte una sensazione quasi esaltante: quella di non poter più scegliere. È il momento della resa dei conti, della decisione che non può essere modificata, del confronto senza possibilità di ritorno. In quei pochi secondi bisogna decidere la propria identità. 

Quella che l’estetica ottocentesca definiva «l’ottusità dell’obiettivo» diventa, in questa particolare forma di fotoritratto, uno strumento sorprendentemente rivoluzionario per fotografare la verità o la finzione — che, in questo contesto, sono forse le due facce della stessa medaglia.

Niente di meglio, allora, che affidarsi completamente a una macchina che non può mentire e che, soprattutto, non si pronuncerà mai sulla luce migliore da conservare, sul profilo più favorevole da offrire o sull’espressione capace di renderci più gradevoli. Non corregge, non suggerisce, non addolcisce. Semplicemente, fotografa.

Ed è proprio in questa sua implacabile neutralità che risiede parte del suo magnetismo. La fotocabina ci sottrae, per qualche istante, alla tentazione contemporanea di costruire la nostra immagine prima ancora di mostrarla. Ci chiede di accettare ciò che accade davanti all’obiettivo, senza possibilità di intervenire, correggere o ricominciare.

Ma c’è un altro elemento, forse più sottile, che contribuisce oggi al fascino di queste vegliarde macchinette: il bisogno, sempre più diffuso, di vivere un’esperienza che sia al tempo stesso autentica, unica e immediatamente condivisibile. Un piccolo rito da attraversare, documentare e restituire quasi in tempo reale al mondo esterno.

Forse anche per questo continuiamo a cercarle. Per lasciare una traccia, certo, ma anche per rassicurare — attraverso un’immagine — identità diventate più sempre più complesse, moderne, sofisticate e, talvolta, inconsapevoli.

La fotocabina, invece, non ci promette di apparire migliori.

Ci promette soltanto di mostrarci.

In oltre quindici anni hai visto generazioni diverse entrare nelle tue cabine. È cambiato il loro modo di vivere quei quattro scatti? E cosa ti ha insegnato sul nostro rapporto con i ricordi?

In oltre quindici anni ho visto entrare nelle fotocabine generazioni molto diverse tra loro. Ragazzi che oggi sono adulti, adulti che allora erano ragazzi, coppie che si sono formate, altre che nel frattempo si sono sciolte. Eppure, osservandoli, mi sono accorto che c’è qualcosa che non è cambiato: davanti ad una fotocabina, per qualche istante, siamo tutti sorprendentemente uguali.

È cambiato, forse, il modo in cui arriviamo a quei quattro scatti. Oggi siamo abituati a fotografare tutto, continuamente. Abbiamo migliaia di immagini nei telefoni, fotografie che possiamo correggere, cancellare, rifare e condividere nel giro di pochi secondi. E proprio per questo trovo curioso che una macchina nata in un’altra epoca continui a esercitare un fascino così forte.

La fotocabina, in fondo, fa l’esatto contrario. Non permette di controllare tutto. Non offre una seconda possibilità infinita. Ti chiede di sederti, di guardare un obiettivo e di accettare ciò che accadrà. Quattro scatti, un tempo preciso, nessun filtro. E alla fine ti consegna qualcosa di fisico, che puoi tenere in tasca.

Forse è proprio questo che mi hanno insegnato questi quindici anni: che non abbiamo smesso di avere bisogno dei ricordi; abbiamo semplicemente cambiato il modo in cui li conserviamo.

Anzi, forse oggi ne abbiamo ancora più bisogno. In un mondo in cui le immagini sono diventate quasi immateriali e scorrono davanti ai nostri occhi senza lasciare traccia, una piccola striscia fotografica sembra acquistare un valore diverso. Può essere toccata, dimenticata in un cassetto, ritrovata dopo anni. E quando la ritrovi, non restituisce soltanto un volto: restituisce un momento della tua vita che avevi quasi dimenticato.

È questo, forse, il paradosso più bello. Abbiamo inventato strumenti capaci di conservare ogni cosa e, nonostante questo, continuiamo ad avere bisogno di qualcosa che ci aiuti a ricordare davvero.

E forse una fotocabina, con i suoi quattro scatti e quei pochi minuti di attesa, fa proprio questo: non conserva semplicemente la nostra immagine. Conserva il tempo in cui quell’immagine è stata scattata.

Fotoautomatica è conosciuta ben oltre Firenze, ma resta profondamente legata alla città. Quanto è importante per te preservare questa identità senza trasformarla in un format replicabile ovunque?

Molto importante, direi. 

C’è chi, attraverso sofisticati sistemi elettronici, tenta di riprodurre il funzionamento delle nostre macchine, interamente analogiche. Alcune di queste sperimentazioni producono risultati interessanti; altre, invece, si configurano come veri e propri ibridi tecnologici, interventi che, nel tentativo di aggiornare le fotocabine, finiscono per alterarne la natura e comprometterne la coerenza storica, introducendo neon, colori sgargianti e soluzioni luminose estranee alla loro identità originaria.

Una fotocabina analogica non è soltanto un dispositivo destinato alla produzione di immagini fotografiche: è anche un dispositivo temporale, capace di conservare e rendere nuovamente accessibile una determinata esperienza della fotografia. Per questa ragione, nel lavoro di recupero e rimessa in servizio, ho sempre cercato di rispettarne integralmente ogni componente: dalle viti ai bulloni, fino alle diverse fasi del processo fotografico originale. Gli interventi di restauro sono stati condotti secondo un criterio filologico, con un’attenzione che, in più di un’occasione, ha assunto tratti quasi patologici, suscitando anche una certa ironia tra amici e compaesani fiorentini.

Si tratta di una scelta precisa. Ciò che oggi si incontra in città attraverso la Fotoautomatica, e ciò che queste macchine continuano a fare, corrisponde sostanzialmente a ciò che facevano più di cinquant’anni fa. L’obiettivo non è stato quello di renderle contemporanee, bensì di consentire loro di conservare la propria identità e di continuare a operare secondo i principi per i quali erano state progettate.

La necessità di preservare questa specificità emerge anche osservando il rapporto degli utenti con le cabine. In particolare, le generazioni più giovani, abituate all’immediatezza del digitale, non sempre riconoscono di trovarsi di fronte a un processo fotografico integralmente analogico. Dopo aver inserito le monete, si aspettano talvolta di ricevere la striscia fotografica nel giro di pochi secondi, come se anche i tempi della miscela di sviluppo dovessero adeguarsi a quelli dello smartphone.

È probabile, dunque, che non tutti siano pienamente consapevoli della natura dell’oggetto che si trovano davanti. Si tratta di una condizione comprensibile: il contesto storico e tecnologico nel quale queste macchine sono nate è ormai quasi completamente scomparso. Io, tuttavia, ne conosco il funzionamento, la storia e il valore. E, per me, questo è già sufficiente.

Con una fatica pressoché biblica, stiamo cercando di dare forma a un nuovo capitolo di questa nostra storia. Nella zona di piazza San Felice nascerà uno shop-museo dedicato alle fotocabine: uno spazio nel quale sarà possibile fotografarsi all’interno di macchine ormai scomparse o divenute rarissime, recuperate in diverse parti del mondo.

Non si tratterà di una semplice ricostruzione nostalgica del passato, ma di un luogo nel quale il passato potrà continuare a funzionare. Un contesto in cui il restauro non coincida esclusivamente con la conservazione, ma si traduca nella possibilità concreta di fare nuovamente esperienza di queste macchine, rispettandone i tempi, gli odori, i procedimenti e le regole operative.

Entrare, chiudere la tendina, aspettare.

E lasciare che sia ancora una volta la macchina — con i suoi rumori, la sua chimica e le sue imperfezioni — a restituirci La Fotografia.

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