Le parole di Bruce Springsteen contro Donald Trump hanno riaperto una discussione antica quanto la musica popolare: un artista ha il dovere di prendere posizione sui grandi temi del proprio tempo oppure no?
Bruce Springsteen è sul palco. Ha 76 anni, una carriera che attraversa mezzo secolo e potrebbe tranquillamente limitarsi a cantare Born to Run davanti a migliaia di persone che lo adorano.
Invece parla.
Parla di politica, di democrazia, di Donald Trump. Lo fa sapendo perfettamente che una parte del pubblico non sarà d’accordo. Lo fa sapendo che nel 2026 ogni parola pronunciata da una celebrità diventa immediatamente un titolo, una polemica, una battaglia sui social. Non è una novità per lui. Springsteen ha sempre considerato la musica e la cittadinanza due cose impossibili da separare. Ma le sue parole riportano alla luce una domanda che accompagna la musica popolare da decenni: un artista ha il dovere di schierarsi?
Il fronte opposto

In Italia, proprio nei giorni scorsi, Francesco De Gregori ha ribadito una posizione molto diversa. Secondo il cantautore romano, gli artisti non hanno alcun obbligo di intervenire sui grandi temi dell’attualità. Possono farlo, certo. Ma non devono. E forse il punto non è stabilire chi abbia ragione. Il punto è osservare quanto sia cambiato il rapporto tra musica e impegno. C’è stato un tempo in cui schierarsi sembrava quasi inevitabile.
Negli anni Sessanta Bob Dylan raccontava l’America delle proteste e dei diritti civili. Joan Baez marciava contro la guerra del Vietnam. John Lennon trasformava il pacifismo in una campagna globale. Erano anni in cui le canzoni uscivano dai giradischi e finivano direttamente nelle piazze. Il mio nome è mai più Anche il rock italiano, a modo suo, ha avuto i suoi momenti. Nel 1999, mentre la guerra in Kosovo occupava le prime pagine dei giornali, tre delle più grandi star della musica italiana decisero di metterci la faccia.
Ligabue, Jovanotti e Piero Pelù pubblicarono Il mio nome è mai più. Per chi c’era, è difficile dimenticarlo. La canzone passava continuamente in radio. Il videoclip in televisione. Non era soltanto un singolo di successo. Era una presa di posizione. Una delle ultime, probabilmente, così nette e condivise da parte del grande pop italiano. Venticinque anni dopo, Pelù continua a intervenire sui temi che ritiene importanti, compresa la questione palestinese. Molti altri, invece, hanno scelto il silenzio. Un silenzio che non riguarda soltanto l’Italia. Le grandi guerre degli ultimi anni, dall’Ucraina a Gaza, hanno mostrato un panorama musicale molto più prudente rispetto al passato. Le eccezioni esistono, naturalmente. Ma sono sempre più rare. Perché? Forse perché oggi ogni artista è anche un marchio. Una dichiarazione può costare follower, contratti, pubblico. Forse perché i social network hanno trasformato qualsiasi opinione in una miccia pronta a esplodere. O forse perché viviamo in un’epoca in cui tutti parlano continuamente e il silenzio è diventato una forma di autodifesa. Eppure resta una sensazione difficile da ignorare. Che qualcosa si sia perso. Non perché tutti debbano diventare attivisti. Non perché ogni cantante debba trasformarsi in un commentatore politico.
Ma perché la storia della musica è piena di artisti che hanno trovato il coraggio di rischiare qualcosa in nome di ciò in cui credevano. Con risultati discutibili o straordinari, certo. Ma sempre mettendoci la faccia. Forse è proprio questo che colpisce nelle parole di Springsteen. Non tanto quello che ha detto. Ma il fatto che abbia deciso di dirlo.