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Elena Marini: poesia visiva

elena martini
Scritto da Simone Fagioli

In Italia, ed in Toscana, negli anni Sessanta del Novecento si inizia a riflettere sulle nuove frontiere della poesia. Oggi scopriamo quella di Elena Marini, poesia visiva. Essere “spie” per capire il nostro tempo (e il futuro)!

Tra cambiamenti e mutazioni

Il mondo dopo la Guerra sta rapidamente cambiando, e così la comunicazione, in senso ampio. L’arrivo della televisione, i periodici di massa illustrati modificano la percezione del mondo, e la letteratura, la poesia, l’arte devono fare i conti con le mutazioni, riflettere su un quotidiano che è sempre più distante da idealizzazioni retoriche.

Elena Marini, pistoiese, classe 1975, porta avanti da anni la ricerca dei grandi poeti visivi fiorentini, e non solo, ovviamente, nel solco di Eugenio Miccini – che nel 1963 definisce la Poesia Visiva – con uno stile asciutto e caustico, con opere che “espone” anche sui social network (www.facebook.com/elenamarini1975).

“La ‘poesia visiva in progress’ di Elena Marini ha come suo pregio fondamentale la sintesi e l’essenzialità. Non è narrativa ma cinematografica: non per niente i suoi collages sono degli ‘SPOT’. Ogni suo lavoro è un fotogramma di un film in continua costruzione: un film che non avrà mai una fine, un film che ha la stessa lunghezza temporale della vita dell’autrice. Le immagini (trovate e recuperate) sono decisamente autoreferenziali come la secchezza dei testi che le accompagnano o le integrano: non c’è una virgola in più, non c’è una parola in più di quanto è necessario che ci sia. Opere secche, taglienti, che non ammettono ripensamenti. I collage della Marini provano che la ‘poesia visiva’ non è ancora morta e defunta, come spesso dicono i corvi dell’arte, quelli sempre pronti ad inneggiare a qualsiasi ‘connerie’ nuovista che appare a cicli temporali quinquennali sulle pagine patinate delle riviste d’arte alla moda. La poesia resiste e non si fa cancellare: cadranno le mura di Tebe ma rimarranno ‘ad aeternum’ le opere di quei poeti che non si saranno fatti integrare dalle mode effimere del mercato.”

Questo scrive di Elena Marini Sarenco, anche lui tra i padri della Poesia Visiva, legato a Firenze ed al Gruppo 70 fondato da Miccini nel 1963, con Giuseppe Chiari, Ketty La Rocca, Lucia Marcucci, Luciano Ori, Lamberto Pignotti.

La definizione coniata da Miccini

“Poesia visiva: Indirizzo artistico contemporaneo ispirato ai mass media e caratterizzato dalla preminenza dell’immagine sul testo tipografico; è diretto all’ottenimento di composizioni in cui parole e immagini (segni e figure) si integrino reciprocamente, senza soluzione alcuna di continuità sul piano semantico”. Definizione ufficiale, riportata oggi dai dizionari.

Elena Marini: impegno, e non solo. L’intervista di Simone Fagioli

Simone: Elena, preparando quest’intervista, riflettevo su quelle che possono essere, per così dire, le nostre radici comuni. Io in passato, negli anni Novanta, sono stato molto attivo nella Mail Art e nella Performance Art, influenzato, lo posso dire, dalla scuola italiana e fiorentina della poesia visiva, come molta della Mail Art poi, con il collage quale modello di riferimento come strumento di critica e non più oggetto estetico. Riflettevo poi sul percorso di un artista fiorentino scomparso nel 2007 e del quale tra poco sarà in centenario della nascita, Giuseppe Chiari, a mio avviso già e purtroppo dimenticato, che molto ha sparigliato le carte della comunicazione, della musica, del “suono” e della visualità, ma è giusto un esempio per tracciare una linea.

Poesia Visiva, Mail Art, Performance Art… tutta una grande famiglia? Tu, da dove vieni? Per Elena Marini che significa essere poeta visivo? Ti va un po’ stretta la definizione, sbaglio?

Elena: Direi che si tratta di una polifonia, sono degli approcci differenti rispetto ad una stessa realtà. Ho conosciuto Chiari e ammiro il suo pregevole lavoro, secondo me non abbastanza studiato e valorizzato. Per quanto mi riguarda ho iniziato come modella in Accademia di Belle Arti a Firenze e in seguito ho collaborato con Miccini per delle performances. Non credo che mi vada stretta la definizione di poeta visivo, mi sento meno a mio agio con la definizione di artista, che trovo banale e generica.

Simone: Se la “poesia” più sperimentale, più avanzata, non sta molto bene, o meglio, se ne sente poco parlare e tutti “pretendono” però di scrivere e soprattutto pubblicare poesie “classiche”, magari in rima, mandando al macero decenni di ricerca sul linguaggio, la Poesia Visiva è come dire, ancora una bella “scossa” al sistema.

Elena: Salvo rare eccezioni, stendo un velo pietoso sull’attuale poesia lineare e sulla poesia sperimentale.

La poesia visiva è un’avanguardia di portata internazionale ed è per sua natura una scossa intellettuale al sistema: è il grande rimosso.

Il pubblico solito della poesia visiva è il guardone, per citare Miccini, appassionato e curioso, aggiungerei.

Simone: Il tuo lavoro è davvero molto radicale, molto asciutto, poche immagini, a volte solo una, poche parole, frammenti, cenni, strappi… Eppure non manca nulla: il “messaggio” è sempre chiaro. Questo è il nocciolo della Poesia Visiva, vero?

Elena: Touché. Il mio lavoro consiste in una dura ricerca di sintesi e un ridurre al minimo ogni sollecitazione visiva in modo da potenziare il messaggio. Parto dal presupposto che il mio lavoro non deve né decorare né consolare e, non essendoci uno scollamento fra ciò che sono e ciò che faccio, cerco di andare dritta al punto, in funzione della mia sensibilità, delle mie idee e degli elementi che mi capitano fra le mani. Sarenco mi chiamava “Spia”, in onore al suo pastore tedesco femmina preferito e questo nomignolo gli era venuto in mente osservando la mia rapidità e precisione nell’esecuzione di un’opera, cosa che è senza dubbio una mia caratteristica.

Simone: Parliamo dei tuoi “maestri”, dell’avvicinamento alla Poesia Visiva, del tuo percorso.

Elena: A volte accadono cose impensabili. La poesia visiva è entrata nella mia vita in modo inaspettato, tramite una telefonata di Miccini. Era il 2001. Miccini mi ha insegnato come comporre in poesia visiva senza impormi alcunché, senza commenti, osservandomi lavorare in silenzio.

L’incontro decisivo è stato senza dubbio quello con Sarenco, nel 2015.

Sarenco, a differenza di Miccini, era molto meno silenzioso e accomodante

Da quel momento in poi, ho focalizzato tutte le mie forze sulla poesia visiva, lasciando da parte tutto il resto. Sarenco è stato il mio istruttore di volo, ha testato il mio carattere e mi ha spronata alla ricerca dell’eccellenza, rispettando sempre i miei punti di vista e affidandomi molte responsabilità riguardo alle decisioni da prendere in sua assenza riguardo ai nuovi sviluppi della poesia visiva.

Quando si parla di maestri non posso non citare Lucia Marcucci, Lamberto Pignotti, Michele Perfetti e Luciano Ori. Ho avuto il raro privilegio di essere cresciuta a contatto con i migliori e tutti questi grandi maestri mi hanno insegnato una cosa fondamentale: conta il viaggio e non il viaggiatore.

Simone: Molti dei tuoi lavori utilizzano nella parte delle immagini fotografie di donne, si comprende in gran parte da riviste “datate”. Oggi utilizzare ma anche solo riflettere sul “corpo” apre sovente la strada a critiche infinite, quanto superficiali ed inutili, in realtà. Però vedo, in quelle che mostri sui social, che non ci sono critiche o attacchi al tuo lavoro: non che ci li dobbiamo aspettare ad ogni costo, ma come dire, dobbiamo essere sempre all’erta. Vedo sui social, ad esempio, grossi attacchi ai post sull’Intelligenza artificiale, il mio campo di ricerca, con una svalutazione della ricerca scientifica, così come in campi simili, anche i post di astronomia sono colpiti dalle più balzane teorie. Allora ti chiedo, l’uso corretto delle immagini, nella direzione di una critica costruttiva, azzera di fatto gli attacchi senza costrutto? Le polemiche emergono dove non ci sono contenuti?

Elena: Pongo la mia attenzione su quel grande campo di battaglia che è il corpo delle donne. Perché è sul corpo delle donne e attraverso il corpo delle donne che si compie la metà del futuro della storia e l’attuale tendenza ad una sempre maggiore omologazione che distrugge l’identità non fa presagire niente di buono. Sono convinta che il merito si componga di unicità e di differenza, non certo di omologazione e di uguaglianza e so quanto la politica e i media abbiano una grande fetta di responsabilità rispetto a questa tendenza e di quanto fomentino il disagio.

Parliamo di social

In genere sui social assistiamo ad un continuo starnazzare su qualsiasi argomento e i temi interessanti, come l’Intelligenza Artificiale, vengono trattati con molta superficialità: leggo, al riguardo, molte posizioni ostili che trovo ideologiche, inclusa una svalutazione della ricerca scientifica e una forte e istintiva refrattarietà all’innovazione. Non ci sono critiche sul mio lavoro perché sono una persona che incute soggezione, che è competente in quello che fa e che non è ricattabile: credo se ne guardino bene dal pestarmi i piedi.

Quello che pensano Farfallina21 e Batman469 riguardo al mio lavoro non mi interessa

Simone: Tu sei molto presente sui social: in questo senso vedo che il tuo lavoro di presta bene a questi mezzi, come in qualche modo le scritture più di avanguardia erano in passato veicolate da fanzine autoprodotte (ne ho fatte anche io). Ma i social sono una nuova frontiera o solo un mezzo per veicolare messaggi? Nel quadro ovviamente della loro trasformazione. Voglio dire, tu peschi a piene mani dal “classico”, dalla carta stampata per i tuoi lavori, il reale e l’immaginario dei social come entrano nella Poesia Visiva?

Elena: Utilizzo i social per far conoscere e veicolare il mio lavoro, per ricerca di contatti, progetti e collaborazioni internazionali.

I social rappresentano anche un interessante serbatoio di ricerca da un punto di vista antropologico e sociologico per il mio lavoro e in questo senso sono un’interessante cartina al tornasole della società.

Se vuoi una risposta più precisa, sì, siamo entrati in una fase di decadenza cognitiva e comportamentale. Se aggiungi a questo il disastro woke, la cancel culture, il sostegno al terrorismo, i comportamenti passivo-aggressivi e l’autodistruttività spacciata per progresso, possiamo tranquillamente mettere intorno all’Europa un fiocco arcobaleno e buttare tutta la nostra civilizzazione nel cestino dell’immondizia. Al momento, questa è la mia analisi sull’implosione europea, ma spero ardentemente di sbagliarmi.

Prima dell’avvento di internet i contatti avvenivamo attraverso quell’arte geniale che prende il nome di Mail Art, uno scambio alla pari e reciproco, che permetteva di entrare in contatto con artisti del calibro di Ray Johnson. Fu negli anni ‘60 che la New York Correspondence School di Ray Johnson istituzionalizzò lo scambio di opere tramite il mezzo postale ed è lì che gli studiosi datano la nascita ufficiale della Mail art. A dire il vero, ancor prima di Ray Johnson, furono i Futuristi a inventare l’arte postale. A tal proposito penso alla cartolina-cartoncino di Giacomo Balla, alle cartoline fotodinamiche di Bragaglia e alla cartolina a collage astratta di Depero.

Si direbbe che, all’origine di ogni innovazione artistica, ci sia sempre lo zampino dei Futuristi: anche nel caso dell’origine della Mail Art ma stavolta senza un manifesto programmatico.

Le fanzine autoprodotte e i libri d’artista sono creazioni significative perché assolutamente non soggette a censura.

Simone: Inutile girarci attorno: la poesia da sempre è in gran parte “politica”, è strumento di critica del potere ed assai meno lusinga dello stesso. E la Toscana in questo senso ha anche autori illustri, come il nostro Giuseppe Giusti (dico nostro perché nato a Pescia e vissuto a Monsummano Terme, ma sepolto a Firenze). Io ho lavorato molto sulla poetica del Giusti, che non era un autore satirico o burlone ma ben aderente al reale, con un’accorta lettura delle disillusioni politiche del suo tempo. E tu sei molto impegnata politicamente, con nette prese di posizione sui social ad esempio a favore di Israele. La Poesia Visiva, e la tua, è una critica al sistema sociale, al consumo, come nelle radici fondanti degli anni Sessanta, con ad esempio il Gruppo 70, nato nel 1963, o entra anche negli aspetti politici, su diseguaglianze evidenziate dalle scelte di campo?

Elena: Giuseppe Giusti sapeva il fatto suo e Malaparte non aveva poi tanto torto a chiamarci maledetti toscani.

Per quanto riguarda il mio lavoro sono provocatoria e a tratti anche insospettabilmente conservatrice, un’individualista feroce a tendenza liberale e libertaria, ironica, una donna occidentale e fiera di esserlo. Naturalmente ciò comporta anche una certa lucidità e una critica necessaria degli eccessi, degli estremismi propagandistici del nostro tempo.

La poesia visiva è, per sua stessa natura, testimone del suo tempo, si scaglia contro il potere prendendo posizione

Non essendo una persona indifferente ma una donna di libertà, conoscendo abbastanza bene la storia di Israele e la mentalità mediorientale, detestando il terrorismo jihadista, mi pare ovvio sostenere Israele. Ho una naturale diffidenza nei riguardi dei cosiddetti paladini del popolo.

Quello che sto facendo con il mio lavoro è traghettare la poesia visiva fuori dal pantano della sinistra radicale, che adesso è meno radicale ma molto estremista, toglierla dal bacino ideologico nel quale è nata e questo perché gli equilibri di potere si sono spostati.

Simone: Tu e Luc Fierens, artista e poeta visivo belga, siete, lo posso dire, gli Enfants terribles della poesia visiva europea, lavorando in strettissima collaborazione. Anche Luc viene dalla Mail Art, con contatti dei “grandi vecchi” del movimento, Marc Block, Clemente Padin, l’amore per Shozo Shimamoto, uno dei massimi artisti giapponesi del Novecento, anche attivo mail artista (negli anni Novanta dedicai un numero intero del settimanale pistoiese “Settegiorni” a Shozo in occasione della sua partecipazione alla Biennale di Venezia del 1993), le sue esperienze nelle radici del Fluxus, movimento del quale si parla sempre poco. Con la vostra collaborazione penso tu abbia chiara la situazione europea non solo della Poesia Visiva, ma anche in senso ampio della “creatività”, o meglio della ricerca artistica. Se in Italia non mi sembra che siamo messi tanto bene, con “mostre” che ripropongono sempre i soliti “classici” ed il nuovo che neppure avanza, come vedi la situazione in senso più ampio, in Europa ma non solo?

Elena: Fierens si è dedicato moltissimo alla Mail Art: praticamente ha conosciuto e frequentato gli artisti più rappresentativi, tra cui Shozo Shimamoto e Mark Bloch.

Siamo in contatto con artisti incredibili in Giappone, in America, in Francia, in Spagna, in Brasile e in Argentina, che lavorano da soli o in gruppi isolati: questo è il modus operandi dell’avanguardia.

In Fierens ho trovato il referente ideale, non solo per il suo percorso artistico e per le sue competenze, ma anche per la sua assoluta umanità e lealtà. Per quanto riguarda Fluxus, la tragica morte di Ben Vautier ci ha procurato un’infinità tristezza.

Simone: Nel Giappone postbellico degli anni Cinquanta il movimento Gutai di Jirō Yoshihara e appunto Shozo Shimamoto cambia tutto, radicalmente. Riscrive la storia dell’arte di una nazione in ginocchio. Non mi pare che in Europa ci sia stato nulla di simile, di così radicale, anche in passato. Gutai in giapponese significa “concreto”, in qualche modo con una lettura di “basta sogni, il mondo è cambiato”. In qualche modo, adesso, in Europa, ma forse soprattutto in Italia ci vorrebbe un movimento come il Gutai, una rottura netta, una ripartenza concreta? Cosa ne pensi? La Poesia Visiva potrebbe essere di stimolo?

Elena: Nulla di così radicale, salvo le avanguardie. La poesia visiva è una radiografia della società e richiede doti di chiaroveggenza disincantata. Sì, basta sogni, il mondo è effettivamente cambiato e il compito dei poeti è quello di documentarlo artisticamente, senza concessioni verso il potere che, cambiando i tempi, cambia forma, colore e quant’altro, ma non la struttura di base.

Simone: Per tornare alla politica. Se in qualche modo il Futurismo blandiva il potere italiano della prima metà del Novecento, il Dada lo distruggeva proprio dalle radici, il Surrealismo è in realtà quello più “critico”, nel senso che era aperto a qualche riflessione avanzata, pur con attori e posizioni molto diverse e distanti, in un sistema assolutamente variegato. Mi vengono in mente Benjamin Péret con il suo radicalismo assoluto; il comunismo dissidente degli anni Cinquanta di Louis Aragon; Robert Desnos che muore nel 1945 nel campo di concentramento di Terezin; lo stesso André Breton, che negli anni Trenta rompe con una parte dei fondatori del movimento troppo “comunisti” e troppo “stalinisti”. E direi che in senso generale il Surrealismo, come critica al pensiero, non sia esaurito, serpeggiando viva ancora, si immerge, emerge, fa discutere, forse proprio per il suo “possibilismo” politico, la sua in qualche modo “incertezza” (ne ho scritto in passato, in una rivista accademicamente molto seria ed importante).

Detto questo la domanda è un po’ provocatoria: l’arte, la poesia, la letteratura, devono essere sempre “contro” il sistema o possono pur non scendendo a patti essere uno stimolo a mutamenti più sottili e meno “rivoluzionari”?

Elena: Tutte le avanguardie non sono necessariamente contro il sistema, l’essere rivoluzionario, per così dire, non è una posa. L’avanguardia è essenzialmente un laboratorio dove vengono passati al setaccio dei sistemi e dove gli artisti non solo conoscono la realtà nella quale vivono ma la mettono anche in discussione. Questo comporta una marginalità che fa parte, di per sé, del “pacchetto avanguardia”. Prendere o lasciare.

Simone: Per concludere. A fine aprile è morto Paul Auster, un autore, lo confesso, che non conosco bene, pur avendo letto alcune sue cose, del quale ho visto tu hai maggior dimestichezza. La poetica di Auster è complessa, densa, totalmente immersa nel nostro tempo, con un autore capace di sporcarsi le mani in campi variegati e stili differenti, aspetto tipico di altri scrittori statunitensi, che non si “fissano” su un genere, riflettendo appunto sul mondo con gli strumenti che meglio gli aggradano. E in Italia? Secondo te dove sta andando la letteratura italiana? La poesia? Il cinema? Come mai non c’è un “occhio” come quello di Auster?

Elena: Hai colto nel segno: Auster era un autore capace di sporcarsi le mani, un viaggiatore e uno sperimentatore.

Al di là della Trilogia di New York, ho molto amato Sbarcare il lunario, il Diario d’inverno e L’invenzione della solitudine.

Interessante sapere che, in un mondo dominato dalla tecnologia, lui scrivesse i suoi libri con la macchina da scrivere: aveva bisogno del ritmo, del suono e del contatto delle dita sui tasti. L’azione della scrittura è reale e nel suo caso musicale e, da questo punto di vista, Auster aveva scelto un modo di lavorare perfettamente analogico, proprio come si procede nella poesia visiva. È l’autenticità e la sua capacità di scavare dentro se stesso e dentro ai suoi personaggi, il suo essere un tutt’uno con la sua scrittura, che mi affascina.

In Italia pochi intellettuali e artisti osano prendersi i rischi che aveva preso Auster e, dal mio punto di vista li trovo poco coraggiosi, molto inclini a compromessi e molto insicuri. Li vedo arrancare alla ricerca di premi. Sembra che la massima aspirazione dei cosiddetti artisti e dei cosiddetti intellettuali italiani sia a ambire ad una vita senza rischi che viene identificata con un posto fisso statale e approcciare, nei ritagli di tempo, l’arte come una tiepida passione, come un passatempo velleitario.

Autodefinirsi artista, atteggiarsi ad artista. Una noia mortale. Non abbiamo bisogno di questo. (Elena Marini)

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