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Luigi Ghirri: Polaroid ‘79 – ‘83

Luigi Ghirri: Polaroid ‘79 - ‘83
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Scritto da Daria Derakhshan

Luigi Ghirri: Polaroid ‘79 – ‘83, a cura di Chiara Agradi e Stefano Collicelli Cagol, presenta una selezione di polaroid di grande e piccolo formato all’interno dell’Ala piccola Nio.

L’allestimento, progettato dall’architetto Ibrahim Kombarji, individua una zona centrale che attraversa come una dorsale la curva dello spazio e alcuni momenti salienti lungo le due pareti laterali.
Una serie di pannelli lignei autoportanti, rivestiti di zerbino di cocco, ospita al centro dello spazio espositivo le polaroid di grande formato, realizzate da Luigi Ghirri tra il 1980 e il 1981. In questi due anni Polaroid invita l’artista a scattare una serie di istantanee negli uffici di Amsterdam, dove si trovava un modello di Polaroid che in pochi minuti sviluppava fotografie di grande formato. L’artista arriva ad Amsterdam con una valigetta piena di oggetti recuperati da casa o dai mercatini delle pulci, e li dispone di volta in volta di fronte alla gigantesca macchina Polaroid.

Questa attenzione per l’oggettualità, notata da Agradi come saliente dell’esperienza di Ghirri con le Polaroid, ha costituito l’elemento cardine attorno al quale si è sviluppata la selezione delle opere in mostra. Le fotografie di più piccolo formato, infatti, indagano questa relazione specifica con l’oggettualità e la materialità, che emerge con forza nelle immagini di grande formato.
La mostra si apre con un dialogo tra una polaroid piccola, incastonata a parete in un pannello di cocco e avente per soggetto una sedia da giardino, o da bar, e una grande foto dove dei dadi reali sono posati su uno sfondo rosso, con un motivo che riprende le facce dei dadi disegnate in prospettiva. In entrambe, un pattern rigoroso emerge dalla composizione, che sia lo schienale della sedia bianca o lo sfondo del piano rosso fuoco. Su questa dualità dei piani è costruita la prima sezione della mostra, che indaga come, nel gioco tra sfondo e primo piano, Ghirri faccia emergere il potere di costruzione della realtà insito nelle immagini.
Che si tratti di una paperella di legno che sembra scivolare lungo un liquido versato da un bicchiere disegnato, o di una composizione di natura morta dove l’erba reale sembra confondersi con i fiori riprodotti su una tela, o ancora della pianta della stanza di un palazzo con un pianoforte in miniatura appoggiato sopra, di una bambina disegnata di fronte a un castello di notte, di una macchina reale di fronte alla fotografia di una foresta, Ghirri ci ricorda come le immagini fotografiche giochino sempre con la percezione della realtà e con ciò che noi crediamo già di sapere.


Le quattro polaroid sulla parete destra ci introducono invece a una serie di esperimenti che Luigi Ghirri esegue appena ricevuta, nel 1979, la dotazione di film e macchine fotografiche da parte dell’azienda Polaroid. Dalla serie Identikit, una serie di piccoli oggetti domestici sono il focus dell’indagine dell’artista: le ombre di un piccolo aeroplanino o una sfera di cristallo, un piattino dove da poco è stata spenta una sigaretta, un tappeto rosso dove si staglia una manica bianca e l’ombra di una pianta. Sono attimi di vita apparentemente insignificanti ma pieni di carica immaginativa, che rimandano a oggetti che ci sono senza esserci, definiti dal passaggio della luce, come nel caso dell’ombra, o del tempo, come nel caso della sigaretta consumata.

La fotografia ha il potere di mostrare ciò che nella realtà è altrimenti impossibile da cogliere: fonde le temporalità e i piani di indagine del reale. Questa consapevolezza, che si ritrova in tutta l’opera di Luigi Ghirri, emerge con forza in un gruppo di fotografie dove l’artista ci mostra contemporaneamente parti della realtà che in un’immagine fotografica solitamente si elidono a vicenda. Il fronte e il retro, come nella serie di pannelli che occupano la parte centrale, costruiscono l’immagine fotografica dando accesso a una visione altrimenti impossibile: le due metà del mappamondo, una finestra chiusa e aperta contemporaneamente, il torso di una donna seduta e il suo viso immortalato in una Polaroid sul grembo, un mercatino delle pulci in cui, grazie allo specchio, riusciamo a vedere ciò che sta oltre la macchina da presa, il fronte e il retro di una persona mostrato attraverso lo scatto di due donne poste una di fianco all’altra.

Luigi Ghirri: Polaroid ‘79 - ‘83

Proseguendo lungo il percorso della mostra, una serie di fotografie raccoglie immagini che si riferiscono a persone di genere femminile, che siano statue, manichini o ritratti di spalle, a rimarcare la consapevolezza di Ghirri che “sempre e comunque l’uomo fotografato è una fotografia”. Questa modalità di approcciare la costruzione dell’immagine si riflette anche nelle opere che ci consegnano
quegli oggetti dove “si legge dello scarto e della differenza tra la copia e il vero, tra il passato e il desiderio della sua immagine al presente”. Emergono così dalle vetrine dei negozi piccoli busti romani, la riproduzione della Pietà di Michelangelo, le cartoline con i mosaici paleocristiani, in un anelito al possesso dell’immagine e dell’indagine sull’immagine d’arte, che ritorna anche nei gruppi successivi con Polaroid di grande formato che richiamano opere del passato calate nel presente.
Questo viaggio immaginario attraverso la produzione di Polaroid di Ghirri continua nelle immagini con paesaggi e percorsi disegnati, che si tratti di una carta dove il dito del fotografo indica una posizione, un paesaggio da cartolina, un paesaggio disegnato a cui sopra è sovrapposta una freccia. In questa relazione tra materialità differenti, tra l’ordine e la disciplina della griglia e immagini sovrapposte una sull’altra, emerge la dimensione concettuale ma sempre raffinata di indagine del
reale e della sua percezione. I portoni assolati, tre polaroid incorniciate dall’artista dove il tempo si rende visibile attraverso la musica e la danza, la natura riprodotta in capitelli, lampioni, tessuti per poi emergere nella sua ricchezza, danno accesso a percezioni differenti del guardare alla nostra realtà costruita.

La mostra si chiude con le opere d’arte presentate all’interno di un mercatino delle pulci, luogo abitato da Ghirri tanto quanto i parchi giochi, con le giostre, i palloncini o gli angoli di casa con maschere baciate dal sole. La luce, che colpisce i muri romani, permette di indagare le percezioni differenti che si hanno di un paesaggio urbano nella serie dedicata al tunnel sopraelevato, che sembra diventare un’astronave per viaggi nel tempo, e si confronta con l’orizzonte infinito di un
tramonto sul mare ricostruito attraverso una cartolina e un quadro. L’indagine della natura, del romanticismo di un tramonto che da sempre trova spazio nella riproduzione artistica, trova modo di confrontarsi con un paesaggio urbano in una simile fuga verso l’infinito. Allo stesso paesaggio urbano rimanda la fotografia trovata per terra su un selciato romano, che riporta all’influenza della
fotografia di Franco Vaccari nelle prove di Ghirri.

Luigi Ghirri: Polaroid ‘79 – ‘83

Luigi Ghirri Polaroid ’79–’83 ci restituisce una quintessenza dell’indagine dell’artista attraverso un’attenzione alla materialità del medium polaroid, degli oggetti e della costruzione delle immagini, attraverso cui possiamo ancora stupirci ad ammirare paesaggi urbani e naturali.

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