Con la scomparsa di Giuseppe Gavazzi, la sua città, saluta una figura significativa della propria storia artistica: uno scultore, pittore e restauratore che ha attraversato il Novecento e il nostro tempo con un rapporto profondo, concreto e paziente con la materia.
Nato in Francia nel 1936 da genitori toscani, Gavazzi tornò bambino a Pistoia, città nella quale si formò e alla quale rimase legato per tutta la vita. La sua vicenda artistica nasce da una conoscenza diretta dei materiali e dei mestieri dell’arte: la pittura murale, la ceramica, il restauro, la scultura in terracotta, legno e marmo. Fu allievo dell’Istituto d’Arte di Pistoia e maturò poi un’esperienza decisiva nel restauro, anche attraverso la bottega di Leonetto Tintori, entrando in dialogo con la grande tradizione pittorica italiana.

Giuseppe Gavazzi: una doppia identità
Questa doppia identità: artista e restauratore è forse una delle chiavi più significative per comprendere la sua opera. Gavazzi non ha soltanto creato forme: ha anche imparato ad ascoltarle, a curarle, a restituirle. Il restauro gli ha dato uno sguardo particolare sulla materia, sulle superfici, sulle ferite del tempo; la scultura gli ha permesso di trasformare quella conoscenza in un linguaggio autonomo, riconoscibile, profondamente umano.
Tra i tratti più caratteristici del suo lavoro vi è la terracotta policroma, divenuta una delle espressioni più personali della sua ricerca. Il colore, nelle sue opere, non appare come semplice decorazione, ma come parte viva della scultura: una pelle luminosa, capace di dare presenza, fragilità e intensità alle figure.
Le sue figure spesso legate all’infanzia, alla maternità, alla vita quotidiana, alla dimensione familiare e poetica dell’esistenza non cercano il clamore. Sembrano piuttosto abitare uno spazio di silenzio, stupore e memoria. In esse convivono sapienza tecnica e tenerezza, mestiere antico e immaginazione, radicamento nella tradizione e libertà espressiva.
Gavazzi lascia non solo un insieme di opere, mostre e riconoscimenti, ma anche un modo di intendere l’arte come cura: cura della materia, della memoria, del colore, delle immagini e delle forme. La sua attività espositiva e la presenza delle sue opere in diversi contesti pubblici e privati testimoniano un percorso coerente, appartato ma solido, profondamente legato alla Toscana e alla città di Pistoia.
Il suo nome resta legato a un’idea di arte fatta di mani, tempo, pazienza e ascolto. Un’arte non gridata, ma capace di lasciare tracce durevoli; un lavoro che continua a parlare attraverso la materia e attraverso quelle figure che sembrano custodire, nella loro quiete, qualcosa di profondamente umano