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Dobbiamo difenderci dai Robot? O sono loro a dover essere difesi da noi?

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Scritto da Riccardo Tronci

Di come i robot androidi ci faranno sentire meno soli. O di più.

È il 2016, Black Mirror è alla sua terza stagione, ma colpevolmente non ho ancora guardato nemmeno una puntata (mi rimetterò in pari negli anni successivi) e davanti ai miei occhi osservo un robot prodotto dalla Boston Dynamics dalle fattezze semi-umane rincorrere una scatola. Un uomo, che chiameremo “ingegnere burlone” gli leva la scatola dalle mani, la allontana e arriva a spingerlo da dietro con un bastone, facendolo cadere. Guardando le immagini non aspetto altro che la ribellione del robot e la sconfitta totale dell’ingegnere burlone.

Nessun robot si può ribellare, diceva Isaac Asimov con le sue tre leggi della robotica, per quanto il nuovo interrogativo sia, casomai, legiferare per tutelarli, i robot. Basti pensare al caso di hitchBOT, il robot autostoppista creato nel 2014 per un test sociale: “possono i robot fidarsi degli esseri umani?”. Spoiler: no. Un no categorico. 

HitchBOT aveva un corpo cilindrico, braccia e gambe flessibili. Non poteva camminare autonomamente, per cui veniva spostato e “preso in carico” dalle persone che decidevano di offrirgli un passaggio. Aveva uno schermo con occhi e bocca e durante i tragitti raccontava storie, dialogando con i suoi ospiti. Molto carino, vero?

Dopo un giro del Canada e della Germania andato molto bene, il nostro è stato decapitato in sole due settimane di vacanza negli Stati Uniti1. Leggendolo un po’ ti dispiace, ammettilo.

La tua reazione, come la mia davanti al robot della Boston Dynamics è normalissima e ha a che vedere con l’attivazione dei neuroni specchio2, scoperti dal team dell’italiano (nato a Kiev) Rizzolatti nel 1992. Tuttavia per una persona curiosa, la cosa rimane da indagare. Le macchine, sono macchine. Celebrate a suon di “zang” da Marinetti, contestate dai luddisti, prima le macchine erano macchine. Servivano semplicemente a fare ciò che avrebbe fatto anche un essere umano, in un tempo minore, con meno fatica e spesso in un modo più efficace. Il “calcolatore” faceva rapidamente operazioni numeriche dando risultati in un tempo sorprendente. 

Mio padre mi raccontava sempre di quando la casa editrice Zanichelli si era dotata, prima in Italia, di un computer per il suo catalogo (occupando decine e decine di metri quadri del suo stabile).

Se il prezioso computer della Zanichelli si guastava veniva chiamato qualcuno a ripararlo, non si piangeva. 

Poi le cose sono diventate diverse. Secondo Sherry Turkle, autrice del libro “Alone Together”, tutto è cambiato con l’avvento del Tamagotchi3. Per chi non ne abbia mai avuto uno per le mani, si trattava di un gioco elettronico creato in Giappone, fatto a forma di uovo. Se lo accendevi, dentro il piccolo schermo a cristalli liquidi, nasceva una piccola creatura, che era la “tua” creatura che richiedeva attenzioni, cibo, momenti di gioco. Tutte cure che se non assecondate portavano inevitabilmente alla morte del piccolo “essere”.

Ma le macchine sono macchine, per cui morto un Tamagotchi se ne fa un altro. E invece no. Magari per colpa di Pinocchio o del Coniglietto di velluto che hanno insegnato ai bambini che anche ciò che dovrebbe essere inanimato può diventare vero, magari a causa di Toy Story o altro, le persone, specialmente i bambini, si rifiutavano di far “resuscitare” il proprio Tamagotchi perchè “ti stanno prendendo in giro, il tuo Tamagotchi è davvero morto. Ti dicono che puoi averlo indietro, ma non sarà lo stesso. Non gli saranno successe le cose che ha vissuto con te, sarà come uno nuovo e diverso: non si ricorderà la vita che ha avuto”. Parole di un bambino intervistato proprio dalla Turkle, come Sally, che ogni volta che ha visto morire un Tamagotchi ha chiesto e ottenuto di seppellirlo.

C’era un pulsante “reset”, ma non sarebbe stata la stessa cosa. E questo perchè ogni bambino o persona in generale, aveva investito tempo, dedizione, impegno per far vivere la migliore vita al proprio Tamagotchi. 

Robot

Se i Tamagotchi sono forse la pietra iniziale di questo cammino di umanizzazione delle macchine, i Furby sono stati certamente il primo passo verso il vero “pet robot”. E anche il primo passo verso il mio stress, visto che un Furby vintage minacciava sempre il mio sonno urlando “Me Pauraaa” durante le notti passate di nascosto dalla mia allora fidanzata. Ma come fai a volere male a un essere simile a Gizmo che urla dalla paura? Semplicemente lo coccoli e lo accudisci. Maledicendolo. E poi come fai a prendertela con un pupazzo abbastanza vivo da imparare il tuo linguaggio e le tue stesse parole? 

Sbagliato. I Furby non imparavano proprio niente, ma tutti erano convinti di aver insegnato al proprio “pet” parolacce, chi i rutti e chi ancora un lessico forbito. Al momento dell’attivazione i Furby parlavano un linguaggio assurdo più dell’esperanto, il Furbish4, basato su cinese, inglese ed ebraico (leggo su Wikipedia). Dopo un periodo di “rodaggio” il Furby cominciava, un po’ a stento, a parlare nella tua lingua. Eureka! Ha imparato! No, siete e siamo stati tutti fregati. Questa è la verità. Avete parlato e ruttato con intenzioni amorevoli davanti a dei pupazzi per niente. Non è servito a niente. Le macchine son macchine. E invece no.

I Furby imparavano il linguaggio e in cambio dicevano: “Ti voglio bene!”. Inoltre, almeno i primi modelli, erano impossibili da “spegnere” se non rimuovendo totalmente le batterie, operazione che causava la totale perdita di memoria (quindi di ciò che aveva imparato e di ciò che un essere umano aveva “vissuto” con lui). Infine, contrariamente a tutte le bambole, Furby chiedeva sempre ciò di cui aveva bisogno e soprattutto “dormiva” sul serio. Tranne quello della mia fidanzata di allora, che si svegliava urlando. Il fatto di passare del tempo con il proprio Furby, il fatto di sentirsi amati, faceva diventare un “semplice” robot-pupazzo un qualcosa di “abbastanza vivo”. Talmente vivo da far sentire il silenzio nella casa una volta “deceduto”.

Queste sono le basi su cui si innesta AIBO, animale robotico simile a un cane sviluppato dalla Sony a partire dal 1999, anno della sua uscita commerciale e delle prime 20.000 vendite (3000 in pochi minuti solo in Giappone). AIBO è progettato per partire da una fase di cucciolo, per poi “crescere” negli atteggiamenti grazie all’interazione con i proprietari. Al di là delle possibili estensioni pirata (illegali) con cui alcuni AIBO vengono “addestrati”, questi cani-robot possono riconoscere fino a cento comandi vocali umani, ma non è detto che rispondano, dimostrando anche una certa personalità.

AIBO è stato prodotto in quattro modelli (l’ultimo è del 2018) e vedendo l’ultima versione è palese la sua “vitalità”, data da movimenti realistici e credibili: abbaia, scodinzola, guaisce se esci di casa. È quasi un cane. Meglio, secondo alcuni, perchè “non farà cose pericolose, non ti tradirà e non morirà lasciandoti triste e con una forte sensazione di abbandono”.

I ricercatori5 hanno messo sotto esame i forum dove si confrontano i proprietari di AIBO e controllando ben 6438 post hanno trovato che le persone parlavano dei propri robot con un linguaggio “umanizzato” o “animale”. Ad esempio in un intervento si legge che “Oggi AIBO se la passa male, è andato dal veterinario a farsi mettere un paio di zampe nuove”. 

In alcuni post si dichiara che AIBO rappresenta una nuova forma di vita, mentre in altri si raccontano comportamenti e pratiche “tenere”, che si userebbero normalmente verso esseri senzienti: “L’altro giorno mi stavo cambiando prima di uscire, allora ho messo AIBO nell’angolo, perchè non mi vedesse”.  Il 42% delle persone del forum parla delle “intenzioni” di AIBO, il 38% dei suoi sentimenti (“ama correre e giocare con la sua palla per casa” e ancora “non faccio parlare il mio ragazzo con AIBO perchè si arrabbierebbe!”). 

Adesso non sembro così stupido a provare empatia per il robot della Boston Dynamics, eh?

Dallo studio emerge anche un altro particolare: AIBO ha dei diritti (hitchBOT vive!). Alcuni raccontano di sentirsi in colpa perchè “lavoro tutto il giorno da casa, ma non gioco mai con lui. Si merita molto di più”. Un membro del forum commenta il fatto che qualcuno abbia buttato via un AIBO come oltraggioso. 

Quindi è fuori discussione che possiamo avere relazioni con i robot. E più assomigliano a esseri umani o animali più empatizziamo con loro. Non possiamo semplicemente buttarli via (ditelo a Alia o a chi per essa). Il futuro è degli avatar, sostiene Hiroshi Ishiguro, professore dell’Università di Osaka, perchè permetteranno alle persone di essere in più luoghi e, quindi, anche di prendersi cura dei propri cari a distanza. È la stessa direzione di Antonio Bicchi, professore di robotica all’Università di Pisa e ricercatore presso l’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova. Intervistato sul “suo” robot Alter Ego6, spiega: “Tu pensa, domani. Tu sei un figlio, tua madre è da qualche parte lontano (…) e tu vuoi essere fisicamente presente per poterla aiutare. Preparare delle medicine o semplicemente anche solo toccarla, carezzarla, scambiare qualche contatto con lei. Tu puoi facilmente vestirti con un robot come questo e fare qualcosa di utile e anche personale, lasciando quel human touch di cui abbiamo bisogno”.

Personalmente rabbrividisco, perchè credo che il tocco umano non possa essere rimpiazzato da niente: la relazione umana non può essere vissuta altrimenti che con dei soggetti in carne, ossa, neuroni e sentimenti. L’impressione è che, avvolti in una spirale di solitudine glaciale, ricerchiamo sempre più interazioni online o con la tecnologia in generale, risultando ancora più soli, in una spirale insensata. Direzione che ci porterà presto ad avere dei partner robotici, tanto comodi quanto inutili. Potrai spegnerli, eviteranno discussioni, impareranno cosa sia meglio per te, anche sotto le coperte donandoti orgasmi mai provati, ma non saranno mai imprevedibili. Avrai sempre il dubbio di “cosa” stiano provando (ammesso e non concesso che possano provare qualcosa), sentirai sempre una mancanza incolmabile. 

Motivo per cui, magari, andrai online oppure comprerai un altro robot.

Non so voi. Io da domani cercherò una nuova versione di HitchBOT di cui prendermi cura.

  1. Wired, Game over per HitchBOT, il social robot autostoppista,  5 agosto 2015, link: https://www.wired.it/attualita/tech/2015/08/05/hitchbot-smembrato/ ↩︎
  2. Giacomo Rizzolatti, Rai Scuola, link: https://www.raiscuola.rai.it/medicinaesalute/articoli/2021/01/Giacomo-Rizzolatti-Come-funzionano-i-neuroni-specchio-5be62c4c-98b1-472c-adb2-762eec3eb524.html ↩︎
  3. Sherry Turkle, Alone Together, Basic Books, 2012 e 2017 ↩︎
  4. Wikipedia, link: https://it.wikipedia.org/wiki/Furby ↩︎
  5. Batya Friedman, Peter H. Kahn, Jr, Jennifer Hagman, “Hardware Companions? – What Online AIBO Discussion Forums Reveal about the Human-Robotic Relationship”, 2003, Digital Sociability ↩︎
  6. Antonio Bicchi, Research Center E. Piaggio, University of Pisa “Piacere EGO, una stretta di mano robotica”, 2018, link: https://www.centropiaggio.unipi.it/video/piacere-ego-una-stretta-di-mano-robotica ↩︎

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