Visitare la mostra di Mark Rothko a Firenze per me è stato un momento molto personale. Ho scelto di andarci da sola, ritagliandomi del tempo tutto mio, e penso che sia stato il modo migliore per affrontarla.

È una mostra che ti porta spontaneamente a soffermarti, perché le opere non ti chiedono solo di essere guardate, ma quasi di essere sentite. Per questo credo che sia utile arrivare almeno un po’ preparati. Rothko non è un artista immediato, soprattutto per chi, come me, è più legato all’arte figurativa. Eppure, proprio entrando un po’ nel suo mondo, la visita acquista ancora più senso.

L’audio guida aiuta, ma conoscere già qualcosa del suo percorso permette di entrare con più facilità nel suo linguaggio. La mia esperienza Una delle cose che mi ha colpita di più è stato l’allestimento. Ho trovato molto efficace il modo in cui le opere sono state presentate nello spazio: grandi tele, vicine allo spettatore, pensate non come immagini da osservare da lontano, ma quasi come presenze con cui entrare in contatto diretto. Questa sensazione, entrando nelle sale, si percepisce davvero. Non si ha l’impressione di trovarsi davanti a quadri da contemplare con distacco, ma davanti a opere che chiedono una partecipazione personale, quasi fisica. È una scelta che ho apprezzato molto, anche perché aiuta a capire meglio la poetica di Rothko. Le sue tele non vogliono soltanto essere viste: vogliono essere vissute.


Le ampie campiture di colore, tipiche della sua pittura, non sono semplicemente stesure uniformi, ma spazi emotivi. In apparenza possono sembrare essenziali, ma in realtà racchiudono un’intensità fortissima. Il colore, in Rothko, non è decorazione: è linguaggio, è tensione, è emozione. Io, che solitamente mi sento più vicina all’arte figurativa e tendo ad osservare con attenzione l’aspetto tecnico, qui mi sono trovata davanti a qualcosa di completamente diverso. Eppure ne sono rimasta piacevolmente colpita. Proprio perché non si tratta di un’arte narrativa o descrittiva, tutto si gioca sulla sensibilità di chi guarda. E devo dire che alcune opere mi hanno colpita in modo molto forte. In particolare, ho sentito più mie le sale dominate dai colori caldi, dai rossi, dagli aranci, dalle tonalità più avvolgenti. Le ho percepite come più vicine, più vive, più capaci di creare una connessione immediata. Erano sale che, almeno secondo la mia impressione, sembravano coinvolgere molto anche gli altri visitatori, che si soffermavano più a lungo. Diverso invece l’effetto delle ultime sale, dove i toni si fanno più scuri, più bruni, più grigi: lì l’atmosfera cambia, si fa più silenziosa, più introspettiva, forse anche più dura.

Ho avuto la sensazione che proprio in quella parte finale lo spettatore si fermasse meno, forse perché si entra in una dimensione più complessa, più cupa, più difficile da accogliere. Un altro aspetto che ho trovato interessante è il modo in cui il percorso lascia emergere l’evoluzione dell’artista. Dalle prime fasi si arriva progressivamente a una pittura sempre più essenziale, dove la forma si dissolve e tutto si affida al rapporto tra luce, superficie e colore. È un linguaggio che non cerca di rappresentare qualcosa in modo tradizionale, ma di trasmettere uno stato emotivo. Ed è proprio questo, secondo me, uno degli aspetti più forti della mostra. Se devo trovare una piccola pecca, direi la collocazione del dossier finale, o comunque dello spazio che racconta in modo più esplicito la vita dell’artista e le tappe della sua ricerca. L’ho trovato molto interessante, ma probabilmente lo avrei valorizzato di più all’inizio del percorso, perché avrebbe offerto subito delle chiavi di lettura utili per affrontare la mostra con maggiore consapevolezza. Trovarlo quasi alla fine, poco prima dell’ultima sala, mi è sembrata una scelta un po’ meno efficace.

Nel complesso, però, la mostra mi è piaciuta molto. Mi ha colpita per l’equilibrio tra opere, spazi, luci e atmosfera. È una mostra che riesce a coinvolgere senza forzare, lasciando a ciascuno il proprio tempo e il proprio modo di entrare nelle opere. E proprio per questo, secondo me, funziona: perché riesce a far percepire l’arte di Rothko non solo come qualcosa da spiegare, ma come qualcosa da sentire davvero.
BIOGRAFIA
Mark Rothko nacque nel 1903 a Dvinsk, nell’attuale Lettonia, e da bambino si trasferì con la famiglia negli Stati Uniti. Nel corso della sua carriera sviluppò un linguaggio sempre più personale, fino ad arrivare a quelle grandi campiture di colore che oggi sono il tratto più riconoscibile della sua pittura. Viene spesso associato all’Espressionismo astratto e alla Color Field Painting, ma lui non amava essere definito semplicemente un artista astratto: sosteneva infatti di essere interessato soprattutto a esprimere emozioni umane fondamentali. Negli ultimi anni la sua pittura si fece sempre più intensa e scura, riflettendo anche una fase personale molto complessa. Morì a New York nel 1970.
Il consiglio che mi sento di dare è di visitare questa mostra arrivando almeno un po’ preparati. Non serve studiare Rothko in modo approfondito, ma sapere qualcosa del suo percorso aiuta molto. È una mostra che dà tanto, ma che probabilmente si apprezza ancora di più quando si hanno già alcune chiavi di lettura.