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La donna in divenire: conversazione con Mojgan Razzaghi

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Scritto da Daria Derakhshan

Mojgan Razzaghi è una fotografa nata a Teheran, attiva da oltre vent’anni in una ricerca dedicata alla figura femminile. Nelle sue immagini, la donna appare spesso attraverso soglie, omissioni e presenze parziali, in un linguaggio visivo che mette in discussione ogni idea fissa di identità. Attualmente è in corso la mostra La donna in divenire. Vent’anni di fotografia presso la Galleria delle Carrozze di Palazzo Medici Riccardi, a Firenze, a cura di Merry Razavi. La mostra è promossa dall’Associazione Culturale VIA, organizzazione impegnata nella promozione delle culture mediorientali e nel favorire il loro dialogo con i contesti culturali europei. L’esposizione presenta circa quaranta opere fotografiche e costituisce la prima presentazione del lavoro dell’artista in Italia, è visitabile fino al 12 aprile 2026. E’ una mostra davvero interessante, che vale la pena vedere.

Quando ha capito che la figura femminile sarebbe diventata un nucleo così importante della sua ricerca artistica?

Non credo ci sia stato un unico momento in cui l’ho capito. È emerso gradualmente, quasi inevitabilmente, mentre cercavo di comprendere la mia posizione nel mondo. Crescendo come donna all’interno di un contesto sociale e culturale complesso, ho preso sempre più consapevolezza di come il corpo femminile sia al tempo stesso osservato e controllato, presente ma limitato. Come donna, ho vissuto nel corso della mia vita esperienze molto diverse e talvolta anche destabilizzanti, all’interno della famiglia, nella società e durante gli anni della formazione accademica. Ognuno di questi momenti ha lasciato una traccia nel mio lavoro, in modo diretto o indiretto. Con il tempo, ho compreso sempre più chiaramente come queste esperienze stratificate, queste contraddizioni e questi silenziosi paradossi che segnano la vita di una donna nelle sue diverse fasi, abbiano influenzato profondamente il mio approccio artistico. La figura femminile, quindi, ha smesso di essere soltanto un soggetto del mio lavoro per diventare un linguaggio, un modo per articolare ciò che spesso resta non detto. È diventata uno spazio in cui memoria personale, esperienza collettiva e una forma sottile di resistenza possono coesistere.

Nelle sue fotografie il corpo femminile è spesso solo parzialmente visibile: è un modo per sottrarre l’immagine a una lettura immediata?

Sì, in un certo senso. La frammentazione mi permette di sottrarmi a narrazioni dirette e a interpretazioni fisse. Mostrando solo parti del corpo, creo una distanza dall’ovvio, dal consumo immediato dell’immagine. Mi interessa rallentare l’atto del vedere, invitare l’osservatore a soffermarsi, a interrogarsi e a sentire, piuttosto che limitarsi a riconoscere. L’assenza del corpo nella sua interezza riflette anche una realtà più profonda: l’esperienza di essere viste solo in parte, ascoltate solo in parte, o autorizzate a esistere solo parzialmente. E a volte, di essere completamente trascurate, di scivolare nell’invisibilità, come se esistesse un tentativo silenzioso ma persistente di cancellare non solo il corpo, ma la stessa presenza della donna e, con essa, la sua identità e la sua femminilità.

Quanto contano, nel suo sguardo, Teheran e le sue radici?

Teheran è la città in cui sono nata, in cui sono cresciuta e in cui ho iniziato per la prima volta a comprendere me stessa. È il luogo in cui ho incontrato molte delle mie prime sfide, sia personali sia sociali, e dove molte domande hanno cominciato a prendere forma. Per me è impossibile separare il mio sguardo da queste esperienze. Hanno lasciato un’impronta profonda e duratura sul modo in cui vedo, sento e reagisco al mondo. Allo stesso tempo, anche le mie radici familiari e la mia storia, insieme ai racconti legati ai luoghi da cui provengono entrambi i rami della mia famiglia, hanno influenzato profondamente me, la mia vita personale e la mia pratica artistica. Ancora oggi, ogni volta che torno a Teheran, la incontro in modo diverso. Ogni volta si rivelano nuovi strati, nuove tensioni, nuove osservazioni, nuove emozioni. In questo senso, Teheran non è soltanto un luogo d’origine, ma una presenza continua dentro di me, qualcosa che continua a influenzare il mio lavoro in modi sottili e in continua evoluzione. Anche quando il mio lavoro non parla esplicitamente di un luogo, porta con sé l’atmosfera da cui provengo, la tensione tra il limite e il desiderio di libertà.

Quando fotografa una figura femminile, le interessa di più raccontare qualcosa di preciso o lasciare emergere una presenza, una sensazione?

Per me non si tratta tanto di trasmettere un messaggio fisso, quanto piuttosto di lasciare emergere qualcosa, qualcosa che non può essere completamente spiegato a parole. Parto da un’intenzione, ma cerco di non controllare troppo rigidamente il risultato. Ciò che conta per me è la presenza che si forma nell’immagine, la tensione, il silenzio, il gesto, ma anche la bellezza, la delicatezza, la paura e la femminilità. Questi elementi convivono e danno forma allo spazio emotivo dell’opera. Credo che l’arte, e in particolare la fotografia, sia un linguaggio universale. Quando un artista riesce a toccare l’anima di chi guarda, a muoverla in un modo che va oltre la comprensione immediata, allora l’opera ha compiuto il suo scopo. Allo stesso tempo, per me è importante lasciare spazio all’osservatore, permettergli di attraversare l’immagine, di scoprirvi qualcosa di personale e di costruire una propria connessione individuale con il lavoro. Per questo motivo scelgo spesso di non attribuire titoli specifici alle mie immagini, così da non imporre una direzione precisa né confinare chi guarda all’interno di una cornice prestabilita. Nonostante tutti i limiti, i confini e le barriere visibili o invisibili che possono esistere, soprattutto quelli che circondano le donne e la femminilità, ho sempre voluto che il mio lavoro portasse con sé un senso di vita, di presenza e di sensibilità estetica. Che rivelasse non solo la costrizione, ma anche la persistenza dell’essere. Sono grata di poter creare queste immagini e di poter condividere i miei pensieri e le mie emozioni con il mondo attraverso questo mezzo. E credo che, nonostante tutte le difficoltà, stiamo andando avanti, creando cambiamento con coraggio e perseveranza. Spero che il mondo diventi un posto migliore, non solo per le donne, ma per tutti, perché è qualcosa che costruiamo insieme.

Un ringraziamento speciale a Elaheh Rostamian per il prezioso aiuto nel mettermi in contatto con l’artista e per il supporto linguistico che ha accompagnato questo scambio.

Palazzo Medici Riccardi e Città Metropolitana di Firenze hanno sostenuto la realizzazione di questa mostra mettendo a disposizione gli spazi storici della Galleria delle Carrozze

Date della mostra
21 marzo – 12 aprile 2026

Sede
Galleria delle Carrozze
Palazzo Medici Riccardi
Via Cavour 5, Firenze

Orari di apertura
10:00 – 18:00
Chiuso il lunedì

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