Ci sono concerti che si ascoltano. Altri che si guardano. Quello dei Bluvertigo a Firenze è stato entrambe le cose.
Bluvertigo: il tempo li ha raggiunti
Mi è tornato in mente un ricordo preciso. Ero poco più che una ragazzina quando vidi per la prima volta uno dei loro videoclip. All’epoca la televisione musicale proponeva tanto, ma loro sembravano arrivare da un altro pianeta. Quei colori, quell’estetica androgina, il trucco, la fotografia, il modo di muoversi davanti alla telecamera. Non era soltanto musica: era un immaginario.


Forse è stato proprio lì che ho capito, senza ancora avere gli strumenti per dirlo, che i Bluvertigo non appartenevano davvero al loro tempo.
Rivederli oggi sul palco significa avere la conferma di quella sensazione. Sono sempre stati una band difficile da definire. Dentro il loro suono convivono elettronica, rock, pop, new wave, glam, sperimentazione. Si percepiscono chiaramente influenze che arrivano dai Depeche Mode, dai Duran Duran, dagli Spandau Ballet, ma fermarsi ai riferimenti sarebbe riduttivo. I Bluvertigo non hanno mai copiato nessuno. Hanno assorbito un linguaggio internazionale trasformandolo in qualcosa di profondamente italiano e assolutamente personale.


Per questo credo abbiano lasciato un segno così forte nella musica italiana.
Naturalmente sono di parte. Ho sempre considerato Morgan uno degli artisti più interessanti del nostro panorama musicale. Ma sarebbe ingiusto attribuire tutto a lui. La forza dei Bluvertigo è sempre stata quella di essere una vera band, dove ogni musicista contribuisce a costruire un’identità sonora precisa.
Dal vivo questa maturità emerge con ancora più forza.
La scelta dei brani guarda inevitabilmente a quelli che hanno resistito al tempo, quelli che il pubblico aspetta e riconosce fin dalle prime note. Ma ciò che colpisce davvero non è la scaletta. È il modo in cui quei brani vengono affrontati.
Nessuna esecuzione è una copia del disco. Ogni canzone viene reinterpretata, respirata, lasciata evolvere. È una caratteristica che amo particolarmente nei concerti: quando un artista non riproduce semplicemente quello che conosciamo, ma decide di rimetterlo in discussione, di farlo vivere ancora. Anche tecnicamente la band appare in splendida forma. Si percepisce la sicurezza di musicisti che conoscono perfettamente il proprio linguaggio e i propri strumenti. Tutto sembra naturale, mai esibito.


E poi c’è l’aspetto visivo.
Le proiezioni trasformano continuamente il palco in un ambiente diverso: colori saturi, silhouette, giochi di controluce, immagini liquide che sembrano dialogare con la musica invece di limitarsi ad accompagnarla. È una dimensione che appartiene ai Bluvertigo da sempre. L’immagine non è un accessorio della loro musica: ne è parte integrante.
Forse è proprio questa la loro grande forza. Non vivere di nostalgia.
Molti gruppi degli anni Novanta oggi celebrano il proprio passato. I Bluvertigo, invece, danno l’impressione di continuare a dialogare con il presente. Le loro canzoni non sembrano vecchie. Sembrano semplicemente aver aspettato il momento giusto per essere comprese fino in fondo.
Perché certe band non invecchiano.
Aspettano soltanto che sia il tempo a raggiungerle.