

Roberto Casamonti è uno dei protagonisti del collezionismo e del mercato dell’arte moderna e contemporanea in Italia. Fiorentino, fondatore nel 1981 della galleria Tornabuoni Arte, ha costruito nel corso di una vita una raccolta straordinaria, frutto di passione, curiosità, intuito e di un rapporto diretto con il mondo degli artisti. Un amore per l’arte ereditato dal padre Ezio, a sua volta collezionista, e trasformato negli anni in un percorso personale e professionale di respiro internazionale.
Nel 2018 Casamonti aveva deciso di condividere parte della propria raccolta con il pubblico, inaugurando uno spazio espositivo nel magnifico Palazzo Bartolini Salimbeni, in Piazza Santa Trinita, a Firenze. Una sede che avevo sempre desiderato visitare, senza però riuscire a trovare l’occasione giusta.
L’occasione è arrivata finalmente qualche giorno fa, ma in un luogo diverso: Palazzo San Giorgio, sul Lungarno Serristori, nuova sede della Collezione Casamonti, inaugurata il 28 settembre 2026.
E devo dire che l’attesa è stata ampiamente ripagata.

La nuova sede raccoglie circa 250 opere, distribuite in 28 sale su due livelli, in un percorso che attraversa oltre un secolo di storia dell’arte, dalla fine dell’Ottocento fino alle espressioni più contemporanee. Da Giovanni Boldini e Giacomo Balla a Giorgio de Chirico, da Picasso e Kandinsky a Lucio Fontana, Alberto Burri, Andy Warhol, Jean-Michel Basquiat e molti altri protagonisti della scena artistica internazionale.
Ma quello che mi ha colpito maggiormente non è stata soltanto l’importanza dei nomi presenti.
È stata la sensazione di trovarmi davanti a una collezione per niente banale.
Ci sono opere bellissime, insolite, talvolta sorprendenti. Molti artisti li conoscevo, altri li ho scoperti proprio attraverso questa visita. E anche di quelli più familiari mi sono trovata spesso davanti a lavori che non avrei immediatamente attribuito loro.
Non sempre, infatti, si incontrano i soggetti, le composizioni o i linguaggi ai quali siamo abituati nelle grandi mostre. Alcune opere sono immediatamente riconoscibili, altre richiedono uno sguardo più attento, quasi un piccolo esercizio di scoperta.


Ed è proprio questo che ho trovato particolarmente interessante.
Ho avuto la sensazione, del tutto personale, che dietro questa raccolta ci fosse non soltanto il desiderio di possedere un’opera di un grande artista, ma soprattutto quello di cercare qualcosa di particolare, di meno prevedibile, forse persino di inatteso. Non il nome fine a sé stesso, ma l’opera capace di distinguersi.
Una collezione che sembra raccontare il gusto e la curiosità di chi l’ha costruita, più che limitarsi a esibire una successione di firme celebri.

E poi c’è l’allestimento.
Chirurgicamente perfetto.
Non trovo un’espressione più adatta per descrivere il lavoro realizzato dallo studio Archea Associati, che ha curato il recupero e la trasformazione degli ambienti di Palazzo San Giorgio.
Nulla sembra lasciato al caso. Ogni opera trova la propria collocazione, ogni distanza appare studiata, ogni punto luce è calibrato con una precisione straordinaria.
I dipinti sono valorizzati da un’illuminazione che sembra quasi incorniciarli una seconda volta. La luce accompagna lo sguardo, esalta le superfici, permette di cogliere dettagli che in altre condizioni rischierebbero di passare inosservati.
E questa, a mio avviso, è una qualità tutt’altro che scontata.
Quante volte, visitando una mostra o un palazzo storico ricchissimo di opere, ci troviamo davanti a una tale quantità di stimoli da non riuscire a soffermarci davvero su ciò che stiamo guardando? Un dipinto richiama l’altro, gli ambienti si sovrappongono, l’attenzione si disperde.
Qui ho provato esattamente la sensazione opposta.
Ogni opera sembra avere il proprio spazio, la propria luce, il proprio momento. Anche in presenza di una raccolta così importante, non si avverte mai quella fastidiosa sensazione di affollamento visivo che spesso accompagna le esposizioni più ricche.
È come se a ogni quadro fosse stata restituita la possibilità di essere guardato davvero.
E credo che proprio questo rappresenti uno dei maggiori meriti del progetto.
Anche il palazzo contribuisce in maniera determinante all’esperienza. L’edificio ottocentesco, affacciato sul Lungarno Serristori, è una cornice di grande fascino. Il rapporto con l’esterno, le ampie superfici vetrate, la luce naturale che entra dalla strada creano una continuità suggestiva tra la città e le opere.
Mi ha particolarmente colpito questa sorta di grande vetrina trasparente, luminosa, capace di mettere in relazione l’arte con ciò che accade fuori. Firenze entra idealmente nella collezione, e la collezione sembra aprirsi verso Firenze.
Un dialogo tra architettura storica, intervento contemporaneo e opere d’arte che funziona con una naturalezza sorprendente.
Il lavoro di Archea Associati merita davvero un plauso: non si è limitato a creare un contenitore elegante, ma ha costruito un percorso nel quale architettura e arte si valorizzano reciprocamente, senza mai entrare in competizione.
Mi sono trovata così bene in questi ambienti, e sono rimasta talmente colpita dalle opere, che una volta terminata la visita ho deciso di ricominciare il percorso.
Un secondo giro, senza fretta.
Ed è stato forse questo il segnale più evidente di quanto la collezione mi avesse conquistata. Tornare davanti a certi dipinti, osservarli nuovamente, scoprire particolari sfuggiti al primo passaggio, provare a riconoscere un artista prima ancora di leggerne il nome.


Perché una bella collezione non dovrebbe soltanto impressionare. Dovrebbe incuriosire, sorprendere, far nascere il desiderio di guardare ancora.


La Collezione Casamonti, almeno per me, è riuscita pienamente in questo intento.
Sono uscita da Palazzo San Giorgio piacevolmente estasiata, con la sensazione di aver visitato non soltanto una raccolta di opere importanti, ma un luogo pensato con intelligenza, sensibilità e una cura rara.
Un’esperienza che consiglio vivamente a chi ama l’arte, ma anche a chi desidera semplicemente lasciarsi sorprendere dalla bellezza.
Perché qui non sono soltanto i grandi nomi a fare la differenza. Sono le scelte, gli accostamenti, la luce, lo spazio e quella particolare capacità di trasformare una visita in un’esperienza che resta.
E, cosa non così frequente, che fa venire voglia di ricominciare da capo.
“L’apertura al pubblico di questo percorso espositivo rispecchia la mia ferma convinzione che l’arte dovrebbe essere amata per il suo valore educativo e per le emozioni che è in grado di suscitare.”
Roberto Casamonti