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Il lungo viaggio di Franco Battiato: un racconto fatto con il cuore

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Scritto da Daria Derakhshan

Definirlo semplicemente un biopic mi sembra riduttivo. Il lungo viaggio è piuttosto un racconto, un attraversamento, un’esperienza sensoriale ed emotiva che prova a restituire la complessità di Franco Battiato, senza imprigionarlo in una formula.

La mia premessa

Parto da una premessa necessaria: non sono mai stata una grande amante della musica italiana, né del cantautorato in senso stretto. Non l’ho mai sentito come qualcosa che mi appartenesse davvero. Battiato, però, è sempre stato una delle poche eccezioni. Un dono, arrivato molto presto, grazie a mia madre: un doppio CD, poi Gommalacca, comprati in un negozio di dischi che non esiste più, in Piazza San Marco a Firenze. Ricordi che restano impressi come fotografie interiori. In quel periodo ero immersa nella musica classica, quasi ossessivamente, e forse proprio per questo Battiato mi colpì così tanto: le sue sonorità orientali, elettroniche, sperimentali, quell’arabeggiare che ho sempre amato, il senso di ricerca continua.

Il lungo viaggio: momento intimo e sacro

Quando ho saputo dell’esistenza di Il lungo viaggio ero curiosa, ma anche un po’ spaventata. Raccontare Battiato è un rischio enorme.

A caldo posso dirlo senza esitazione: ho pianto per tutta la durata del film. Dalle primissime immagini e note. L’apertura, con le montagne innevate e l’Etna sullo sfondo, è qualcosa di ipnotico: sembra di camminare su un pianeta lontano, quasi un Marte innevato. Un’immagine potentissima, che ti prende subito e ti mette in uno stato di ascolto profondo. Più che un film, mi ha dato la sensazione di essere a teatro, di assistere a qualcosa di intimo e sacro.

Il lungo viaggio di Franco Battiato: un racconto fatto con il cuore

Il protagonista, Dario Aita, è straordinario. Leggero, mai caricaturale. Non imita Battiato: lo sfiora, entra nella sua vita in punta di piedi. La parlata è simile ma mai marcata, le pause, i silenzi, il pensiero che affiora lentamente. E questo è fondamentale, perché Battiato era prima di tutto un pensatore, un uomo profondamente introspettivo, impegnato per tutta la vita nella ricerca del suo IO.

Questo filo rosso attraversa tutto il film Il Lungo Viaggio, dall’infanzia in poi. Le prime scene sono di una bellezza disarmante: il bambino che, senza aver mai studiato musica, riesce a riprodurre al pianoforte una sinfonia ascoltata una sola volta. Il dono, il genio. E soprattutto il rapporto con la madre, centrale e commovente. Una donna che ama profondamente suo figlio, che lo sostiene, lo comprende. Un elemento che accomuna molti grandi artisti. L’attrice che la interpreta, Simona Malato, è semplicemente straordinaria.

Questo legame mi ha toccata in modo personale: anche mia madre è sempre stata una figura che ha stimolato la mia creatività, e ritrovare questa dinamica sullo schermo è stato emotivamente fortissimo. Ho apprezzato moltissimo la struttura del film: l’alternanza tra parti recitate e sequenze più vicine al videoclip, l’uso delle registrazioni musicali, la fluidità del racconto. Tutto scorre senza forzature.

La ricerca visiva è accurata: fotografia, costumi, luoghi. Ogni scelta sembra pensata, mai casuale. Il film mi ha fatto comprendere meglio anche aspetti di Battiato che avevo sempre osservato da lontano: le movenze apparentemente buffe, i gesti quasi rituali. Dietro c’erano lo studio della danza, la meditazione, i viaggi in Oriente. Tutto torna. Tutto ha senso. È davvero un viaggio, proprio come dice il titolo.

La chiusura, a Villa Grazia, a Milo, l’eremo che dedicò alla madre è perfetta. Il suo rifugio, il suo mondo immerso nella natura. Un luogo che è sintesi di tutta la sua ricerca spirituale e artistica.

Sono convinta che questo film sarebbe piaciuto a Franco Battiato. Si sente che è stato fatto con il cuore, con rispetto e amore. Non solo per chi già lo ama, ma anche per chi si avvicina a lui per la prima volta: perché racconta tutte le sue fasi, quella sperimentale, quella più “pop” (se così si può dire), senza mai banalizzarlo. Le sue canzoni restano mistiche, enigmatiche, da studiare e da ascoltare nel tempo. Io ne sono uscita profondamente colpita. E non posso fare altro che tessere lodi per questo racconto così sincero e necessario.

Daria per UAU Cult

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