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Lo chiamavano Jeeg Robot: il supereroe che poteva cambiare il cinema italiano

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Scritto da Omar Gamberi

Il 2, 3 e 4 marzo Lo chiamavano Jeeg Robot è tornato al cinema per un evento speciale. Un ritorno che sa di anniversario, ma anche di promemoria: perché quel film, uscito nel 2015 e diretto da Gabriele Mainetti (al suo primo lungometraggio), per un momento aveva davvero dato l’impressione che il cinema italiano potesse cambiare passo.

Lo chiamavano Jeeg Robot

Lo chiamavano Jeeg Robot. Trama

La storia è semplice, almeno all’inizio. Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria) è un ladruncolo di periferia, uno che pensa solo a tirare avanti. Vive in un appartamento spoglio, mangia sempre le stesse cose (budini!), passa le giornate senza uno scopo. Un giorno, scappando dalla polizia, finisce nel Tevere e viene a contatto con una sostanza radioattiva. Da quel momento scopre di avere una forza fuori dal normale.

Ma Enzo non diventa subito un eroe. Anzi. Usa i poteri per fare colpi più grossi e guadagnare di più. A rimettere tutto in discussione è Alessia (Ilenia Pastorelli), ragazza fragile, segnata dalla vita, che vive rifugiandosi nel cartone animato Jeeg Robot d’Acciaio e vede in Enzo il suo Hiroshi, l’eroe che dovrebbe salvarla.

Dall’altra parte c’è lo Zingaro (Luca Marinelli), un criminale sopra le righe, ossessionato dalla fama e dal successo, che vuole diventare qualcuno a tutti i costi. È lui a trasformare lo scontro in qualcosa di personale.

L’uscita
Non è un film patinato, non è una copia dei blockbuster americani.

È un film sporco, romano, con le periferie vere, con personaggi che parlano come parlerebbero per strada. E proprio per questo, quando uscì, diede l’impressione che in Italia si potesse finalmente fare un salto diverso, senza dover imitare nessuno.

Quando arrivò nelle sale Lo chiamavano Jeeg Robot non fu solo una sorpresa: fu un piccolo caso. Il pubblico rispose bene, il passaparola funzionò, e anche chi di solito guarda il cinema italiano con diffidenza si ritrovò a parlarne. Non era il solito film “impegnato”, non era la solita commedia: era qualcosa di diverso, e si sentiva.
La critica lo accolse con entusiasmo. Ai David di Donatello fece incetta di premi, consacrando non solo il film ma anche i suoi interpreti. In particolare Luca Marinelli, con il suo Zingaro imprevedibile e teatrale, diventò uno dei volti simbolo di quell’annata. Per qualche mese si ebbe la sensazione che il cinema italiano avesse trovato una strada nuova: il genere fatto bene, con personalità, senza complessi verso Hollywood.

Quel che poteva essere Lo chiamavano Jeeg Robot

Sembrava l’inizio di qualcosa. Sembrava che da lì potesse nascere una stagione diversa, magari non piena di supereroi in calzamaglia, ma di film capaci di prendere i generi — l’azione, il fantastico, il thriller — e farli nostri, sporcarli di realtà italiana, di facce vere.
E invece quell’onda non è mai diventata mare aperto.
Negli anni successivi non è nato un vero filone. Non c’è stata una serie di film che abbia raccolto davvero quell’eredità. Jeeg è rimasto lì, come un caso quasi isolato: amato, citato, rispettato, ma senza una vera discendenza.

A distanza di dieci anni la domanda resta: è stata un’occasione mancata oppure è giusto che sia andata così?
Perché da una parte è difficile non pensare a quello che poteva essere.

Lo chiamavano Jeeg Robot aveva dimostrato che il pubblico italiano era pronto per qualcosa di diverso. Aveva dimostrato che si poteva fare un film di genere senza sembrare una copia sbiadita degli americani. Aveva dimostrato che si poteva parlare di supereroi restando con i piedi nel fango delle periferie di casa nostra.
Dall’altra parte, però, forse va bene così.
Se dopo Lo chiamavano Jeeg Robot fossero arrivati tentativi fatti solo per cavalcare l’onda, probabilmente oggi parleremmo di un filone stanco, pieno di copie senza anima. Invece quel film è rimasto lì, intatto. Un caso raro nel panorama italiano, qualcosa che ancora oggi viene citato come esempio di quello che si può fare quando si ha un’idea forte e il coraggio di portarla fino in fondo.

Forse non ha cambiato il cinema italiano.
Ma ha dimostrato che poteva farlo.

Omar Gamberi per UAU Cult

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