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Cultura

Natale Ventiventuno

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Scritto da Cinzia Silvestri

Ci conosciamo da poco, gentili lettrici e lettori di Uau Magazine. Con qualcuno di voi c’è stato già un pregresso rapporto, virtuale e non, e vi ringrazio per l’attenzione con la quale mi seguite. Lo so che ho appena scritto qualcosa terribilmente somigliante alla velina del plateau di pastarelle domenicali: “La pasticceria artigiana XY è grata per la fiducia accordatale”. Tuttavia, se si scrive per mezza dozzina di paste, ancorché pagate alla cassa, val la pena scriverlo per chi ha ancora voglia di leggere riflessioni semplici e sincere, da chi ancora crede che il Natale non sia una festa per contentare i commercianti pre e post pandemia, bensì un momento che non parte dai primi addobbi natalizi già visibili a Ferragosto, insieme al panettone sulla spiaggia del Forte o altre bislacche amenità.

Il Natale, anche per chi non crede a Gesù Bambino che nacque in una grotta/stalla al freddo e al gelo, è comunque periodo di bilanci, spesso in perdita e non intendo certo economica, di voglia di tregua dalle guerre familiari o aziendali; è quel confidare che davvero si possa ‘nascere’ pure noi ad ogni Natale, invece di invecchiare (o sentirsi più vecchi, dentro, in fondo al cuore e all’anima).

Natale. Hanno pure provato a non farcelo più dire ‘Buon Natale!’, perché pareva poco rispettoso, bada un poino te. La spaziosa e burocratica mente europea in un eccesso di zelo, nel mentre si scordava di supportare le Natività dei giorni nostri ai confini tra Polonia e Bielorussia, con pargoli che morivano di freddo e di stenti e famiglie che non avevano neanche l’oste di Cesarea: “Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente? L’albergo è tutto pieno di cavalieri e dame, non amo la miscela dell’alta e bassa gente” (cit. Notte Santa di Guido Gozzano).

La sapevo a memoria alle Elementari questa poesia e mai come in questi ultimi tempi i suoi versi mi fanno un certo che: no, la Sacra Famiglia  non sono i migranti e quei preti che mettono i barconi nei Presepi che non si rendono conto di essere ridicoli e di svilire la Natività di Nostro Signore, come fosse un gioco di messaggi neanche in codice tra ex ministri dell’Interno, attori di Hollywood e partiti ormai arresi alla pochezza a cinque stelle, non alberghiere (seppur gli hotel di lusso non vengano disdegnati dalla politica).

“O voi del Cervo Bianco, un sottoscala almeno avete per dormire? Non ci mandate altrove! – S’attende la cometa. Tutto l’albergo ho pieno d’astronomi e di dotti, qui giunti d’ogni dove” (cit. come sopra). Beh, sostituite gli astronomi e i dotti con tutta la truzzaggine griffata di certe mete di villeggiatura montanara o montanina, togliete la cometa e zeppateci la strizza di un nuovo lockdown ed ecco servito il Natale Ventiventuno, non Anno Domini ma Anno Secondo Pandemico, con variante Omicron. C’è di che stare allegri. Guardo con mestizia la mascherina rossa con la scritta, sbagliata come solo certi italiani che fanno le commesse d’ordine ai cinesi sanno fare, “Ho! Ho! Ho!”. No, Santa Claus ridacchiando mentre sistema la gerla coi doni esclama “Oh! Oh! Oh!”. Tra l’avere e l’esclamare c’è di mezzo il mare, dell’ignoranza.

L’ignoranza, quella bella che ci allontana gli uni dagli altri oggi più che mai, quella che ha grandemente smentito le profezie “Andrà tutto bene”, “Ne usciremo migliori”.

baby and mom during a coronavirus pandemic

Ha fatto tutto lei, madama Ignoranza, anche nel suggerire il diplomatico e super partes “Buone Feste” al posto del “Buon Natale”, che pareva brutto verso chi non crede. E invece il Buon Natale a me lo augurano atei, agnostici, musulmani e buddhisti, chissà perché. Forse tra di noi esseri umani qualunque che non frequentiamo certi u ci della Commissione Uguaglianza della UE funziona diversamente, cerchiamo di sfuggire all’ignoranza, preferendo il rispetto mescolato a un cicinin di buon senso. Non si offende nessuno ad augurare Buon Natale e se qualcuno si offende forse farebbe meglio ad aprire il cervello che come l’ombrello funziona solo quando è aperto.

Detto ciò, a proposito di politically correct, mi urta pure l’atteggiamento della Disney: in questi giorni rivedo con piacere, anche se ormai come la Cinquetti non ho più l’età, i cartoni animati che mi ricordano l’infanzia mia e di mia figlia. Ebbene prima della visione di taluni cartoni mi è apparsa questa avvertenza: “Questo programma include rappresentazioni negative e/o trattamenti errati nei confronti di persone o culture. Questi stereotipi e comportamenti erano sbagliati allora e lo sono oggi. La rimozione di questo contenuto negherebbe l’esistenza di questi pregiudizi e il loro impatto dannoso sulla società. Scegliamo invece di trarne insegnamento per stimolare il dialogo e creare insieme un futuro più inclusivo. Disney si impegna a creare storie con temi ispiratori e aspirazionali che riflettono la ricca diversità dell’esperienza umana in tutto il mondo.

Per ulteriori informazioni su come le storie hanno avuto un impatto sulle società, visita il sito www.Disney.com/StoriesMatter”.

natale

Allora, il cartone in questione, datato 1948, si intitola “Lo scrigno delle sette perle”: cioè, devo avere dalla Disney ulteriori informazioni sul suo sito per mettermi a posto la coscienza? Ma anche no, grazie. Volevo godermi un cartone, ed in questo- creato dieci anni prima che nascessi – non ho visto nulla ma proprio nulla che offendesse mediante stereotipi o comportamenti errati. Sono dunque così miope io o qualcun altro ipocritamente vuol pararsi le terga, per non vedersi buttar giù dagli integralisti ottusi la statua del mitico fondatore Walt e della sua ancora più mitica creatura, Topolino? Fatemi capire, perché a me già l’idea del film “Crudelia” dove la cattiva protagonista del celeberrimo “La carica dei 101” manca poco che la fanno beata prima e santa mi fa venire l’orticaria. Esistono i buoni e i cattivi, e nessuno è buono o cattivo al 100%. Sono cresciuta con Biancaneve e la regina Grimilde senza traumi, ho superato i pregiudizi di chi vede in me l’italiana ‘spaghetti, pizza e mandolino’. La parola inclusivo mi comincia a urtare i nervi, perché la sottoscritta preferisce in certe occasioni il cotè esclusivo: detesto i buonisti, i superficiali, gli ipocriti, gli opportunisti, gli ignoranti in generale.

Detto questo, facendo la rima, auguro a tutti Buon Natale.

Anzi, BUON NATALE!

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