Ci sono artisti che cambiano con il tempo. È naturale. Cambiano i gusti del pubblico, cambia il mercato, cambia il modo di fare musica. C’è chi segue questa evoluzione, chi la rincorre e chi, inevitabilmente, finisce per adattarsi.
Francesco Guccini, invece, ha fatto una scelta diversa. O forse non ha scelto affatto.
Francesco Guccini ha semplicemente continuato a essere sé stesso.
Con la sua scomparsa se ne va uno dei più grandi cantautori italiani, ma soprattutto un uomo che non ha mai sentito il bisogno di costruire un personaggio. Non ha mai inseguito il consenso, non ha mai scritto per piacere a tutti, non ha mai modificato il proprio modo di raccontare il mondo per essere più attuale.
Ed è proprio questa la sua eredità più grande.

Quando si parla di Guccini si ricordano inevitabilmente canzoni come L’Avvelenata, La locomotiva, Auschwitz, Dio è morto o Cyrano. Brani che hanno attraversato decenni senza perdere forza, perché non erano scritti per seguire una stagione musicale, ma per raccontare una visione del mondo.
Se ce n’è una che più di tutte rappresenta Francesco Guccini, è probabilmente L’Avvelenata. Non soltanto per la sua forza espressiva, ma perché racchiude il suo modo di stare nella vita: dire quello che pensa, senza preoccuparsi delle conseguenze, senza cercare compromessi e senza smussare gli angoli per risultare più gradito.
Eppure sarebbe un errore ridurre Guccini all’immagine del cantautore “impegnato”. Il suo anticonformismo non nasceva dalla voglia di provocare. Nasceva da qualcosa di molto più semplice: faceva ciò che sentiva fosse giusto fare.
Quando ha ritenuto conclusa una fase della sua vita artistica, ha smesso di pubblicare canzoni con la stessa naturalezza con cui aveva iniziato a scriverle. Si è dedicato ai libri perché in quel momento desiderava raccontare storie in un altro modo. Ha accettato anche esperienze che, sulla carta, sembravano lontanissime dalla figura che il pubblico aveva costruito di lui, come le apparizioni nei film di Leonardo Pieraccioni. Non per stupire, non per rompere uno schema, ma semplicemente perché gli andava di farlo.
Forse è proprio qui che si comprende davvero chi fosse Francesco Guccini.
Non seguiva una logica di mercato. Non costruiva strategie. Non sembrava preoccuparsi dell’immagine che gli altri avevano di lui. Seguiva soltanto la propria.
In un’epoca in cui agli artisti viene spesso chiesto di reinventarsi continuamente, Guccini ha insegnato una lezione diversa: la libertà non consiste nel cambiare per forza, ma nel sentirsi liberi di fare soltanto ciò in cui si crede davvero.

Per questo la sua scomparsa lascia un vuoto che va oltre la musica. Se ne va un autore, uno scrittore, un narratore. Ma soprattutto se ne va un uomo che ha attraversato decenni di storia italiana senza mai rinunciare alla propria identità.
Se oggi dovessimo racchiudere la sua vita in una sola frase, probabilmente sarebbe questa:
Francesco Guccini non si tradì mai.
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