Sabato sera al Sonar a Colle Val d’Elsa, non so quanti si aspettassero una serata così, ma finché non ci sei dentro è difficile capirlo. Il concerto non è ancora iniziato e Lili Refrain è già in mezzo alla sala. Gira tra la gente con un sonaglio rituale in mano, ti guarda negli occhi, ti abbraccia. Nessuna barriera, nessun filtro.
Ti raggiunge prima ancora di suonare una nota, e ti accorgi che non sei lì solo a guardare, ma sei parte di qualcosa che sta per
succedere a tutti insieme.


Poi sale sul palco, davanti a un tavolo pieno di loop, sopra e sotto, tra chitarre, percussioni e una tastiera, come un piccolo mondo di suoni che si costruisce davanti ai tuoi occhi. Tutto nasce lì, sotto le sue mani. Niente computer, niente basi preregistrate. E con quel segno tribale sul volto, che sembra portarsi addosso come una firma, è impossibile confonderla con qualcun altro.


Più che un concerto è una performance vera e propria. La chitarra non la suona e basta, sembra un’estensione ed espressione del suo corpo, qualcosa che vibra insieme a lei.

A metà serata succede una cosa che apparentemente interrompe il concerto. Lili si ferma, prende la parola e ci spiega come
costruisce la sua musica, mentre lo fa. Registra un frammento di voce, lo fa girare, ne aggiunge un altro sopra, poi un altro ancora.
Parla, e intanto la voce si moltiplica, si rincorre, si sovrappone fino a diventare un muro sonoro fitto e quasi indistinguibile. È
come vedere un mago svelare i suoi trucchi, eppure la magia non si rompe, anzi, ti ci ritrovi dentro ancora di più.

Alla fine capisci che non hai assistito a una dimostrazione di tecnica, ma a un viaggio. Una di quelle onde che ti arrivano nello
stomaco e ti smuovono da dentro. Uscendo rimani con la sensazione strana che fuori il mondo sia rimasto lo stesso, ma tu un po’ meno

