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Simone Fagioli. L’Italia degli scandali con un saggio e un thriller

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Scritto da Alessio Arcaleni

In un’operazione editoriale tanto ambiziosa quanto rara, lo storico e antropologo Simone Fagioli con due libri ha voluto raccontare una pagina dimenticata della storia maremmana: la crisi della Cassa Rurale Cattolica di Monticello Amiata. Da un lato, un rigoroso saggio scientifico che ne ricostruisce la parabola dagli albori nel 1910 fino alla liquidazione nel 1947; dall’altro, un romanzo giallo che proietta il più celebre degli investigatori, Sherlock Holmes, nello stesso paese toscano, nel 1932, alle prese con gli stessi intrighi finanziari e un omicidio. Il risultato è una profonda riflessione sul rapporto tra documento e immaginazione, tra la verità dei fatti e quella, più complessa, delle passioni umane. Incontriamo l’autore per farci raccontare la genesi e le implicazioni di questo straordinario progetto.

“La storia, a volte, ha bisogno della finzione per essere capita.” – ci dice lo stesso Fagioli.

Incontrare Simone Fagioli vuol dire entrare nel suo doppio laboratorio di storico e romanziere. Da un lato, la precisione quasi maniacale dell’archivista che spulcia documenti impolverati; dall’altro, la fantasia del narratore che in quelle carte intravede passioni, delitti e segreti. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare non solo due libri, ma un intero mondo. E un intero Paese.

Simone, partiamo dall’inizio. Un saggio storico e un romanzo con Sherlock Holmes sulla stessa identica vicenda. Da dove salta fuori un’idea così, diciamolo, un po’ folle? E perché sentivi il bisogno di questo doppio binario?

La follia, a volte, è solo un altro nome della necessità. L’idea nasce da una limitazione e da una convinzione. La limitazione è quella dello storico che, per quanto scavi, si trova davanti a un muro. Le carte d’archivio, che ho consultato per mesi alla Banca d’Italia, mi raccontavano con precisione quasi chirurgica il cosa: il tracollo finanziario della Cassa, i nomi, le cifre, le ispezioni. Ma non potevano svelarmi il perché più profondo. Non potevano restituirmi il non detto, le pressioni psicologiche, il sapore della paura e dell’avidità che aleggiavano in quel piccolo borgo. Ho scritto di “gestione con vedute personali”, ma cosa significava davvero? Ambizione? Incompetenza? O la disperazione di un uomo intrappolato? Qui entra in gioco la convinzione: la storia, per essere compresa fino in fondo, a volte ha bisogno del respiro e della libertà della narrativa. Il saggio è lo scheletro, la verità dei fatti. Il romanzo è la carne e il sangue, la verità delle passioni umane. Non potevano esistere l’uno senza l’altro.

Parliamo del borgo. Monticello Amiata oggi appare come un luogo tranquillo, quasi sospeso nel tempo. Uno di quei tanti, meravigliosi borghi dell’Italia che lottano contro lo spopolamento, avvolto da un grande silenzio. Che effetto fa risvegliare una storia così violenta, un vero thriller finanziario pieno di intrighi e corruzione, in un luogo che oggi appare così immobile?

È stato un viaggio straniante e potente. Proprio il contrasto tra la quiete quasi irreale di oggi e il tumulto che ho scoperto nelle carte ha reso il tutto ancora più forte. Camminare per quelle viuzze silenziose, dove oggi senti solo il rumore dei tuoi passi, e immaginarle tra realtà e finzione possibile percorse da gerarchi fascisti in Alfa Romeo, da speculatori e da paesani terrorizzati, crea un cortocircuito temporale incredibile. La pace di oggi rende la violenza di ieri ancora più assordante. È come scoprire che sotto il pavimento di una chiesetta di campagna si è consumato un dramma shakespeariano. Il mio lavoro, in un certo senso, è stato quello di poggiare l’orecchio a terra e sentire le vibrazioni di quel vecchio terremoto. Raccontare questa storia oggi, in un Monticello così diverso, significa anche riflettere sulla fragilità della memoria e su come i luoghi possano assorbire, nascondere e poi, se interrogati, restituire le loro cicatrici più profonde.

Hai toccato un punto cruciale. Tu hai scavato non solo nelle carte, ma nell’anima di un paese. Che tipo di ferita lascia un tradimento così, che viene dall’interno, dalle figure di cui la gente si fidava di più: il parroco, il presidente della Cassa, i notabili locali?

Lascia una ferita che diventa quasi genetica, un trauma collettivo che si trasmette sottotraccia per generazioni. È la “leggenda” di cui parlo nel saggio, le “voci” di famiglie rovinate, di beni confiscati, di un fallimento di cui non si è mai capito fino in fondo il perché. Il dramma della Cassa di Monticello non è solo economico, è una crisi di fiducia che scardina le fondamenta stesse della comunità. Per un contadino o un artigiano di allora, la Cassa Rurale, per di più “Cattolica”, non era un’entità astratta. Era il prete che vedevi in chiesa la domenica; era il presidente della Cassa che salutavi per strada e così via. Affidare i propri risparmi a loro era un atto di fede. Vedere quella fede tradita per speculazioni opache, per finanziare una miniera improduttiva che serviva solo ad arricchire pochi, è una cosa che genera una sfiducia profonda, quasi antropologica, verso le istituzioni. E questa sfiducia, purtroppo, è un’altra di quelle storie molto italiane.

E in questo dramma corale, quasi da verismo, tu fai scendere in campo un’icona globale, un forestiero per eccellenza: Sherlock Holmes. Non hai temuto che fosse un corpo estraneo, un’operazione troppo audace? O era proprio lo sguardo esterno, quello dell’inglese razionale, che serviva per squarciare il velo dell’omertà paesana?

Esattamente la seconda. La scelta di Holmes è deliberata e funzionale. È l’outsider per definizione. Non è coinvolto nelle dinamiche locali, non ha parentele, non ha timori reverenziali. La sua unica bussola è la logica deduttiva. In un contesto come quello di Monticello nel 1932, avvelenato da segreti, ricatti e paura, solo uno sguardo così radicalmente “altro” può funzionare come un reagente chimico, facendo precipitare la verità. I carabinieri locali, per quanto onesti, sono parte del sistema. Gli abitanti sono paralizzati dalla paura. Holmes è l’unico che può collegare i puntini senza essere condizionato. E poi, c’è un fascino immenso nel vedere il suo metodo scientifico scontrarsi con una realtà irrazionale, passionale, quasi tribale. Non è solo un investigatore che risolve un caso, è la Razionalità illuminista che si confronta con le ombre e i non detti di un mondo arcaico e autoritario.

Parliamo del tuo modo di lavorare. Come si trasfigura un arido verbale della Banca d’Italia in un dialogo teso? O un dato di bilancio in un indizio che scotta? Ci fai un esempio concreto di questa alchimia tra documento e invenzione che hai messo in atto?

È un processo di innesto. Prendi un dato reale e ci costruisci sopra una struttura narrativa plausibile. Ti faccio un esempio chiarissimo. Nel saggio, documento la disastrosa operazione finanziaria legata alla miniera di manganese dell’Aquila. È un fatto. Nel romanzo, questo diventa il cuore dell’intrigo, ma lo “trasfiguro”: la miniera non è solo un cattivo investimento, ma una copertura per l’estrazione illegale di mercurio – all’Aquila si estraeva poco manganese e basta – un metallo strategico destinato all’industria bellica tedesca. Questa non è un’invenzione campata in aria, ma un’ipotesi verosimile, dato che l’Amiata è storicamente il distretto del mercurio. Un altro esempio: nei documenti trovo un verbale che parla di un “finanziamento approvato senza l’autorizzazione dell’Assemblea dei Soci”. Un dato tecnico. Nel romanzo, questo diventa una scena drammatica: il presidente messo alle strette da un gerarca fascista che lo minaccia, costringendolo a firmare per “necessità patriottiche”, mentre in realtà lo sta incastrando in un gioco di ricatti. L’alchimia sta nel prendere il seme della verità storica e farlo germogliare nell’humus dell’immaginazione, per dargli un significato umano, una profondità drammatica.

Tu hai una formazione da antropologo e un documentato interesse per la storia industriale, l’uso pubblico della memoria e l’applicazione l’intelligenza artificiale alle scienze umane. Come confluiscono queste diverse anime nel progetto su Monticello Amiata?

Confluiscono in modo profondo e, spero, organico. La scelta del soggetto è la diretta conseguenza dei miei interessi per la storia dell’industria. Ma è l’approccio antropologico che definisce il metodo. L’intero dittico è un atto di “uso pubblico della memoria”, un tentativo di “restituzione”. Salvo una storia locale dimenticata e la restituisco alla collettività in una doppia forma: quella rigorosa del saggio per gli specialisti, e quella accessibile e popolare del giallo per tutti. Anche il mio Holmes agisce come un etnografo: non si limita all’analisi scientifica in laboratorio, ma si immerge nel tessuto sociale, raccoglie le “voci sussurrate all’osteria”, decodifica l’omertà e la diffidenza di una piccola comunità. Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, il mio interesse per i processi di addestramento e generativi mi ha portato a una meta-riflessione: il mio lavoro è, in un certo senso, analogo a un modello AI. Il saggio è il “dataset di addestramento”, un corpus di dati fattuali. Io, come autore, agisco da “motore” che, a partire dallo stesso dataset, genera due “output” diversi, modulando i parametri: massima aderenza ai fatti per il saggio, coerenza narrativa e suspense per il romanzo. È una dimostrazione di come l’intelligenza umana non si limiti a riempire i vuoti, ma lo faccia in modo significativo, creando connessioni artistiche e tematiche, operazione che anche le macchine tendono oggi a fare, davvero in una potenziale e utile ibridazione uomo-macchina.

Un lavoro di “restituzione” appunto. Non a caso in questa estate hai presentato i libri anche a Monticello, in mezzo alla gente di cui hai raccontato la storia. In un borgo che, come tanti, rischia di perdere pezzi della sua memoria con il passare delle generazioni, che valore assume un’operazione come la tua?

Assume un valore, spero, di presidio della memoria. Fare “public history”  – perché la nuova fase del progetto è proprio questo, la ricerca di molti documenti mancanti con l’aiuto degli abitanti di Monticello Amiata e la collaborazione del Comune e della Casa Museo – per me significa esattamente questo: non chiudere la conoscenza negli archivi, ma restituirla alla comunità a cui appartiene, soprattutto in luoghi dove il filo della memoria rischia di assottigliarsi. Presentare i libri a Monticello è stato fondamentale. Significa dire ai residenti, ai giovani e ai meno giovani: “Questa non è solo una vecchia storia di carte bollate, è la  vostra storia, un pezzo del vostro Dna collettivo. E merita di essere capita, non solo per quello che è stata, ma per quello che ci insegna oggi”. Offrire una narrazione, anzi due narrazioni – una fattuale e una emotiva – è un modo per dare loro gli strumenti per elaborare quel trauma. È un invito a parlarne, a superare le “leggende” e a confrontarsi con la complessità dei fatti. È un modo per trasformare un passato doloroso da fantasma a lezione di storia, prima che svanisca del tutto.

Sia la postfazione di Monika Poettinger – attenta storica economica – al saggio scientifico, sia le recensioni pubblicate dall’uscita dei volumi, sottolineano come questa storia sia “italianissima” e trovi echi in scandali molto più recenti, dal Banco Ambrosiano alle crisi bancarie degli ultimi anni. Il suo lavoro è dunque anche un monito per l’Italia di oggi?

Assolutamente. Vuole essere un monito, un invito alla vigilanza. La vicenda della Cassa di Monticello Amiata non è un episodio relegato al passato, ma il prototipo di dinamiche che si ripetono con una costanza desolante nella storia italiana. L’intreccio perverso tra politica e affari, l’uso delle istituzioni finanziarie come bancomat per pochi speculatori senza scrupoli, il sacrificio dei piccoli risparmiatori sull’altare dell’avidità: è un copione che sembra non cambiare mai. Come osserva appunto Monika, siamo di fronte a una storia che trova echi in vicende molto più vicine a noi. Raccontare questa storia significa dimostrare come la memoria del passato sia uno strumento indispensabile per comprendere le contraddizioni e le ferite mai rimarginate del nostro presente, e forse, con un po’ di ottimismo, per orientare il futuro. Come dice John Watson alla fine del romanzo, “Monticello Amiata non era solo un caso: era uno specchio dell’umanità”. E, aggiungerei, uno specchio fin troppo fedele dell’Italia.

Simone Fagioli, La Cassa Rurale Cattolica di Prestiti e Risparmio di Monticello Amiata (Grosseto). Un caso nazionale di speculazione industriale e crisi del credito cattolico (1910-1947), con una postfazione di Monika Poettinger, Arcidosso, Effigi, 2025, https://www.cpadver-effigi.com/blog/la-cassa-rurale-cattolica-di-prestiti-e-risparmio-di-monticello-amiata/

Simone Fagioli, Sherlock Holmes e i segreti di Monticello Amiata, Arcidosso, Effigi, 2025, https://www.cpadver-effigi.com/blog/sherlock-holmes-e-i-segreti-di-monticello-amiata/

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