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Nacchere e mare: la notte selvaggia di La Niña a Firenze

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Scritto da Daria Derakhshan

Non conoscevo La Niña, e forse è proprio questo che ha reso tutto più sorprendente. Sono entrata al Teatro Cartiere Carrara con curiosità, e ne sono uscita completamente rapita.

La Niña, voce partenopea e anima ribelle

Una presenza scenica che ti cattura subito. Non canta soltanto: vive ogni parola, ogni gesto, ogni colpo di tamburello come fosse un respiro antico. Sul palco, il suo gruppo musicale è parte integrante del racconto.

Le nacchere, la tammorra, il mandolino, le tastiere: strumenti che diventano simboli, radici che si intrecciano a ritmi mediterranei e vibrazioni orientali. È un dialogo tra tradizione e contemporaneità, tra sacro e profano. La sala era piena, il pubblico completamente assorto. Alcuni ballavano, altri restavano immobili, ma tutti partecipavano a qualcosa che andava oltre il concerto: un rito sonoro. C’era calore, corpo, comunità. La Niña ha davvero riscaldato gli animi. Poi, arriva il racconto: la storia di una ragazza che aveva incontrato anni fa, nel 2016. Una giovane donna scappata dalla propria terra, sopravvissuta alla perdita della famiglia durante il viaggio in mare. Da quella storia è nata una canzone dedicata alla bambina che la donna portava in grembo.

Ph.Valentina Bobbi Cipriani

“Le ho voluto dare un nome, immaginariamente: Fortuna”, racconta La Niña. E in quella parola si racchiude tutto :il dolore, la grazia, la speranza di chi attraversa.

Uno dei momenti più intensi della serata è stato Manalongà. Il brano si ispira a una figura del folklore popolare del Sud Italia: una strega gettata in un pozzo che, per solitudine, tende la mano per trascinare giù chiunque passi. La Niña riprende questa leggenda come metafora della depressione, di quello stato in cui la mente e il corpo si separano e la luce fatica a entrare. “Attraversando periodi di depressione”, ha spiegato

“Mi sono sentita scollata da me stessa. Il pozzo rappresenta questo: la discesa nell’ombra, ma anche la possibilità di gettarci dentro la luce.” 

E mentre la canta, sembra davvero risalire da quel pozzo, trascinando con sé tutto il pubblico. La sua voce, in quel momento, scava e si eleva, trasformando il mito in un atto di liberazione.

Il tamburello che suona porta dei graffi: segni che ricordano quelli della copertina del suo ultimo album, Furèsta :graffi del gatto, dice lei, simbolo di indomabilità e affetto per l’animale che rappresenta il suo lato selvatico. E “furèsta”, in dialetto, significa proprio “selvatica”, “indomita”: è il modo in cui lei descrive la propria musica, la propria vita, la propria libertà. In quella foresta sonora che è il suo concerto, tutto vibra: le nacchere, le voci, i corpi. Le radici napoletane incontrano l’onda del mare, la memoria delle donne, la malinconia e la gioia di chi cerca casa. E così, a ritmo di nacchere, La Niña ha portato a Firenze un Sud vivo, ribelle, pieno di grazia.

Una notte che resta addosso selvaggia, come la sua Furèsta.

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