Firenze non è nuova ai miracoli, ma ieri sera al Teatro Cartiere Carrara ne è andato in scena uno molto particolare: Goran Bregović ha trasformato una platea composta in una festa tribale, un rito collettivo dove fiati, voci e chitarre hanno fatto saltare ogni distanza tra palco e platea. Un concerto che non è un concerto: è un viaggio, un abbraccio sonoro, un richiamo ancestrale che ti prende alla gola e ti trascina dentro una storia che non è la tua, ma che per due ore senti incredibilmente vicina.


La scaletta di Goran Bregović: un mosaico di memoria, cinema e sudore
La struttura del tour 2026 è ormai chiara: Goran Bregović porta in scena un best of della sua vita musicale, ma lo fa con quella libertà da artigiano che non ha bisogno di replicare mai la stessa forma.

La serata di Firenze ha seguito la linea del tour, ma con qualche deviazione emotiva che ha reso tutto più vivo. Tra i momenti più forti: i classici “Ederlezi”, “Mesecina”, “In the death car”, “Maki Maki”, i nuovi pezzi come “Ouzo & Banana” e la chiusura del concerto con “Bella Ciao” e “Kalashnikov” La Wedding & Funeral Band è stata, come sempre, una macchina perfetta: fiati che sembrano urlare e ridere allo stesso tempo, ritmi che non ti lasciano scampo, e quelle due voci femminili che ieri sera hanno portato sul palco un’energia quasi rituale, da celebrazione pagana.
Un concerto che non si limita a suonare: accende
La cosa più sorprendente del live di Firenze è stata la naturalezza con cui il pubblico seduto è passato dal silenzio religioso alla danza liberatoria, tutti in piedi, degli ultimi brani. Non c’è stato un vero “momento di svolta”: è successo gradualmente, come se la musica avesse sciolto qualcosa dentro ognuno.
Quando poi è arrivato il finale – un bis che sembrava non voler finire – il teatro era ormai un’unica creatura che respirava a tempo. Bregović oggi non è altri che un maestro che non ha bisogno di dimostrare nulla, non a caso il suo tour 2026 sta raccogliendo ovunque recensioni entusiaste. Si parla di “energia travolgente”, “festa collettiva”, “viaggio emotivo”. Ma la verità è che Bregović non sta facendo un tour: sta celebrando una vita intera di musica.
A Firenze questo aspetto celebrativo è stato evidente. Nessuna posa, nessuna ricerca di perfezione, solo autenticità, calore, umanità. E forse è proprio questo che rende i suoi concerti così unici: non ti senti spettatore, ti senti parte di qualcosa.
Firenze ha ballato, e non lo dimenticherà
Due ore di musica che sembrano dieci minuti. Un teatro che diventa piazza. Una band che sembra una famiglia. Un pubblico che esce con il sorriso di chi ha vissuto un’esperienza, non uno spettacolo.
Il concerto di Goran Bregović al Teatro Cartiere Carrara è stato questo:
un rito, una festa, un ricordo che resta addosso. Qualcosa che speriamo di rivedere – o meglio rivivere – presto.


Reportage di Federica Fedi – Foto di Filippo Basetti