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Bambini, cani e baci rubati: la Parigi di Doisneau a Castelfiorentino

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Scritto da Daria Derakhshan
Al Centro Culturale CAMBIO di Castelfiorentino le fotografie di Robert Doisneau trasformano la visita in una passeggiata leggera e poetica tra strade, periferie e volti comuni. In un edificio appena rinato, che merita da solo il viaggio. 

Centro Culturale CAMBIO: gusto e curiosità

Entrare al Centro Culturale CAMBIO passando prima dal ristorante Corale è già un piccolo rito: si arriva per il gusto, si scende per la curiosità e ci si ritrova in un luogo che profuma di novità, nel cuore di Castelfiorentino.

Qui, negli spazi di quello che fu un cinema ottocentesco, oggi c’è un polo culturale su più piani, nato dal recupero del vecchio Cinema Puccini e trasformato in un centro dedicato a mostre, libreria, formazione e socialità. L’architettura, firmata dallo studio Metrocubo, dialoga con l’allestimento progettato da Guicciardini & Magni Architetti, con il contributo di professionisti come Paolo Gaeta e Giada Citti per il disegno degli spazi espositivi. Il risultato è un ambiente contemporaneo ma non freddo: pareti nere, luci misurate, percorsi fluidi che invitano più a “camminare dentro le immagini” che a fare la classica visita in punta di piedi.

Al Centro Culturale CAMBIO di Castelfiorentino le fotografie di Robert Doisneau trasformano la visita in una passeggiata leggera e poetica tra strade, periferie e volti comuni. In un edificio appena rinato, che merita da solo il viaggio.

In questo contesto prende forma la mostra Robert Doisneau, il fotografo poeta, che porta a Castelfiorentino una selezione di stampe in grande formato, costruendo un racconto che attraversa strade, cortili, bistrot, scuole e periferie. Non è una retrospettiva “accademica”, ma qualcosa di molto più vicino a un album di famiglia di una città intera: Parigi. Quello che colpisce subito è la sensazione di familiarità.

Le fotografie di Doisneau non mettono distanza, non intimidiscono: assomigliano a quelle immagini che potremmo ritrovare in una scatola di latta in soffitta, solo che qui ogni scatto è composto con una grazia e un’attenzione alla luce che trasformano la quotidianità in poesia. 

Ci sono scene che strappano il sorriso: una signora che passa davanti a un quadro con un nudo femminile e lo guarda con occhi spalancati, tra lo scandalo e la curiosità; una coppia più matura, lui che lancia uno sguardo di sbieco verso qualcosa fuori campo, come se Doisneau avesse colto il pensiero a metà. È un umorismo leggero, mai cattivo, che nasce dall’osservazione paziente delle persone. In un’altra sala si incontra un uomo seduto a un tavolino, il cane sdraiato ai suoi piedi, gli alberi di un viale che fanno da quinta. È una di quelle immagini in cui sembra non succedere nulla, e invece succede tutto: il tempo che rallenta, la città che si prende un respiro, la dolcezza di una compagnia muta.

Poco più in là, le fotografie con i cani e i loro padroni diventano piccoli ritratti di coppia, dove gli animali finiscono per assomigliare ai loro umani.

Ma il cuore emotivo della mostra, almeno per chi scrive, sono i bambini. In una delle immagini più intense li vediamo seduti ai banchi di scuola: uno di loro alza gli occhi verso l’alto, come rapito da una luce invisibile. Quel volto illuminato, quasi in estasi, racconta in un solo istante la meraviglia dell’infanzia, la capacità di perdersi in un pensiero tutto proprio anche in mezzo a una classe piena.

Doisneau ha fotografato spesso i più piccoli, e qui li segue mentre studiano, giocano, inciampano, si arrampicano: sempre con uno sguardo partecipe, mai giudicante. Non mancano le immagini che ricordano la povertà e la fatica di un’epoca: lavoratori, periferie, madri con i figli. Ma anche quando i soggetti appartengono alle classi popolari, la fotografia non indica mai il disagio con il dito. Preferisce restituire una dignità quotidiana fatta di piccoli gesti: una mano che aggiusta un cappotto, un gioco improvvisato in strada, un sorriso rubato tra chiacchiere e sigarette. Tutto è rigorosamente in bianco e nero, e questo rende la luce il vero protagonista. La usano i bistrot, filtrata dalle vetrine; la usano i viali alberati, che lasciano entrare solo porzioni di cielo; la usano le aule scolastiche, dove un raggio sul volto di un bambino basta a trasformare una lezione qualunque in una piccola epifania.

La forza della mostra sta anche nella sua atmosfera: non è una di quelle esposizioni che ti schiacciano con temi pesanti o con testi complicati. È rilassante, ma non superficiale. Si esce con la sensazione di avere fatto una passeggiata in un tempo diverso, e allo stesso tempo molto vicino al nostro.

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