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Il diavolo veste Prada 2 ci parla di chi prova a restare rilevante

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Scritto da Daria Derakhshan

Ci sono film che si guardano una volta e poi restano lì. E poi ci sono film che, anche dopo anni, continuano a funzionare. Il diavolo veste Prada è un film appartiene senza dubbio alla seconda categoria.

È uno di quei titoli che, se ami davvero, finisci per rivedere più volte. Non perché tu non conosca già la storia, ma perché scorre. Perché non annoia. Perché ha un cast che funziona, un ritmo riconoscibile e un mondo che, in qualche modo, continua a sembrare attuale. Io stessa l’ho rivisto pochi giorni fa e mi sono resa conto che, nonostante siano passati vent’anni, conserva ancora quella fluidità rara dei film che diventano piccoli classici pop.

Il diavolo veste Prada 2

Per questo ero curiosa di vedere Il diavolo veste Prada 2. Ci sono andata senza leggere recensioni, senza cercare critiche e senza nemmeno guardare il trailer. Negli ultimi anni ho smesso spesso di farlo, perché i trailer possono essere molto fuorvianti: creano aspettative, suggeriscono un tono, vendono un’idea. E con un film così amato, il rischio nostalgia era altissimo.

Invece, quello che ho trovato interessante è che questo secondo capitolo non prova soltanto a riportarci dentro il mondo scintillante della moda. Certo, la moda c’è. Sarebbe impossibile il contrario. Ci sono l’estetica, gli abiti, gli ambienti, quel fascino visivo che fa parte del DNA del film. Ma fermarsi solo a questo, secondo me, sarebbe riduttivo.

La cosa più interessante è che il film arriva vent’anni dopo il primo, e quei vent’anni si sentono.

Nel 2006 il mondo di Runway sembrava quasi un tempio: la rivista, la direttrice, la redazione, l’autorevolezza della carta stampata. Oggi quel mondo non è sparito, ma è cambiato. La moda ha attraversato crisi, trasformazioni, fast fashion, nuovi linguaggi e nuove velocità. L’editoria, soprattutto, non ha più la stessa centralità di un tempo.

Da amante delle riviste di moda, questa parte mi ha colpita molto. Perché è vero: molte riviste sono scomparse, altre si sono spostate sul digitale, altre ancora hanno dovuto reinventarsi. Oggi non basta più avere una bella storia, un buon articolo o uno sguardo autorevole. Bisogna essere letti, cliccati, condivisi.

Bisogna restare sul pezzo in un mondo che consuma tutto velocemente.

Ed è qui che, secondo me, Il diavolo veste Prada 2 trova il suo punto più attuale.

Non è solo un film sulla moda, ma su cosa significhi restare rilevanti quando il mondo intorno cambia. Come si mantiene autorevolezza nell’epoca dell’algoritmo? Come si difende il valore dell’editoria quando tutto sembra misurarsi in visualizzazioni? Come si resta fedeli alla propria identità senza diventare soltanto un ricordo bellissimo?

Il film affronta questi temi senza appesantirli troppo, e questa è una cosa che ho apprezzato. Rimane una commedia, mantiene leggerezza, non pretende di diventare una lezione sull’editoria contemporanea. Però sotto la superficie elegante qualcosa si muove. E quel qualcosa, secondo me, rende il film più interessante di quanto ci si potesse aspettare.

Ho apprezzato anche il modo in cui il racconto non si limita alla moda come immagine, ma lascia spazio al giornalismo, al digitale, alla trasformazione del modo in cui oggi vengono costruite e consumate le notizie. La moda resta il centro visivo del film, ma attorno si apre una riflessione più ampia: non basta più essere iconici, bisogna anche capire come sopravvivere al presente.

Capisco che qualcuno possa essere rimasto spiazzato. Forse chi si aspettava solo una replica del primo film, con la stessa dinamica e lo stesso effetto, può averlo trovato diverso o più lento. Ma forse era inevitabile. Sono passati vent’anni, e non sarebbe stato credibile raccontare quello stesso mondo come se nulla fosse cambiato.

Il cast resta uno dei grandi punti di forza. Anne Hathaway è sempre una presenza che funziona, elegante e riconoscibile. Ma per me, in questo film, a brillare in modo particolare è Meryl Streep.

La sua Miranda Priestly conserva tutto il magnetismo che ricordiamo, ma appare anche attraversata da una luce diversa. Meno irraggiungibile, forse più umana, pur restando profondamente sé stessa. Nel primo film sembrava quasi un’aliena: fredda, impeccabile, inarrivabile. Qui, invece, ho percepito una sfumatura più morbida, più consapevole, senza che il personaggio perda forza.

E torna anche un tema che mi aveva già colpita nel primo film: il rapporto tra carriera, ambizione e vita privata. Miranda è una donna che ha dato moltissimo al lavoro, e questo ha sempre avuto un prezzo. Il film non lo sottolinea in modo pesante, ma lascia intravedere ancora quella domanda: quanto costa essere una donna potente, ambiziosa, totalmente dedicata alla propria carriera?

Anche questo, secondo me, rende il personaggio ancora interessante. Perché Miranda non è solo un’icona di stile o una direttrice temuta. È una donna che ha costruito il proprio potere in un sistema durissimo e che ora deve confrontarsi con un mondo che non basta più dominare: bisogna comprenderlo, attraversarlo, adattarsi.

Per questo io ho avuto una buona impressione del film. Non perché cerchi semplicemente di ripetere il primo, ma perché prova a inserirlo in un presente diverso. E forse proprio per questo può dividere.

Chi cerca solo nostalgia potrebbe non trovare esattamente quello che si aspettava. Chi invece accetta che siano passati vent’anni può trovare qualcosa di più interessante: una commedia elegante che, senza perdere leggerezza, parla di moda, editoria, potere, cambiamento e tempo che passa.

Il diavolo veste Prada 2 non è soltanto un ritorno in passerella. È il racconto di un mondo che deve capire se ha ancora voce, ancora spazio, ancora peso.

E forse oggi il vero antagonista non è una nuova assistente, un capo impossibile o il sistema della moda.

È l’irrilevanza

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