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David Doubilet, Oceani

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Scritto da Daria Derakhshan

Quando entro in una mostra fotografica, porto sempre con me una certa curiosità: mi piace la fotografia in tutte le sue declinazioni, dal foto giornalismo ai grandi maestri, e sto cercando pian piano di ampliare il mio sguardo. Però devo ammettere una cosa: è la prima volta che mi trovavo davanti a un’intera esposizione dedicata al mondo subacqueo. Non sono una grande appassionata di documentari, non riesco a seguirli con concentrazione come vorrei. Ma la fotografia quella sì riesce a tenermi lì, ferma, a osservare. E così sono finita alla mostra Oceani, dedicata al lavoro di David Doubilet, uno dei fotografi storici della National Geographic, in mostra fino al 12 aprile 2026.

Per me la National Geographic è quasi un ricordo di famiglia: mia mamma era abbonata e quelle riviste, da bambina, le sfogliavo più per le immagini che per gli articoli. Erano fotografie che ti spalancavano il mondo senza muoverti da casa. Ritrovare quello spirito in una mostra è stato come tornare a quella meraviglia.

Le fotografie di David Doubilet colpiscono subito

Ci sono scatti luminosissimi, limpidi, dove l’acqua sembra cristallo; altri dove la vita marina appare quasi irreale per forma e colore. Una cosa che mi ha affascinata è la tecnica che lui stesso ha inventato, la cosiddetta “over-under”: immagini in cui vedi contemporaneamente ciò che accade sopra e sotto la superficie dell’acqua. È un modo di vedere che all’inizio ti spiazza, poi ti cattura. Ma non tutto è meraviglia.

Nelle sale finali, la bellezza lascia spazio a una realtà che non possiamo più ignorare. Ci sono fotografie fortissime: rifiuti che galleggiano in mare aperto, oggetti abbandonati che diventano trappole invisibili, animali in difficoltà. Sono immagini che fanno male. E fanno male proprio perché arrivano dopo aver attraversato un universo così ricco di colori e vita: il contrasto è volutamente brutale, e funziona.

Mi ha colpito molto anche il lavoro documentato sulle barriere coralline: Doubilet, assieme a biologhi e gruppi locali, ha partecipato alla ripiantumazione di frammenti di corallo, fotografando in anni diversi lo stato dei fondali. Vedere la differenza, la perdita progressiva di forme e colori, mette davanti agli occhi qualcosa che spesso resta astratto: la distruzione concreta di un ecosistema intero. La responsabilità è nostra, inutile girarci intorno. Quello che però apprezzo di questa mostra è che non punta solo a scioccare: vuole far capire. Ti accompagna, ti educa, ti invita a guardare sotto la superficie in tutti i sensi. E secondo me Oceani è perfetta anche per famiglie e bambini: le prime sale sono talmente spettacolari e visive che catturano subito l’attenzione dei più piccoli, mentre le ultime offrono spunti importanti per parlare di ambiente, responsabilità e futuro. In conclusione, Oceani è una mostra che tocca due corde opposte: il senso di meraviglia e il senso di colpa. Esci con gli occhi pieni di bellezza, ma anche con la consapevolezza che quella bellezza non è eterna e che la stiamo mettendo seriamente a rischio.

Ed è proprio per questo che la consiglio: perché certe immagini non si dimenticano e, forse, possono davvero farci cambiare qualcosa
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