Non fotografa le persone, e se lo fa, lo fa in maniera surreale: volti riflessi in una vetrina, ombre che si proiettano su superfici inaspettate, sagome deformate dal vetro o dalla luce. Dettagli che sfuggono alla percezione ordinaria, ma che raccontano qualcosa di più profondo. Niente set, niente pose. Solo luce, ombra, riflessi, e ciò che l’occhio riesce a catturare in quell’istante irripetibile. William Fedi è un osservatore, prima ancora che un fotografo, e la sua prima mostra personale, intitolata ATOMI, inaugurata lo scorso 5 aprile presso la Biblioteca San Giorgio di Pistoia (visitabile fino al 24 maggio), è il racconto visivo di ciò che resta ai margini dello sguardo collettivo.
William Fedi e la nascita di ATOMI
William Fedi è un osservatore del comparto urbano. Nota dettagli che spesso a noi altri sfuggono e li fotografa perché pensa che tutto ciò che è abbia avuto uno scopo per ciò che è stato e possa essere la base per qualcos’altro che sarà in futuro.
“Ho iniziato a scattare nei primi anni Duemila, passeggiando per le strade”, racconta Fedi. “Mi attiravano gli angoli deturpati, le zone dimenticate della città. Quelle parti che in molti ignorano, ma che per me contengono qualcosa di profondamente vivo.”

Con ATOMI, il suo occhio si posa su frammenti urbani: cartelloni pubblicitari lacerati, manifesti stratificati, superfici corrose dalla pioggia e dal tempo.
Un progetto che inizialmente nasceva col nome di “Astrattività Suburbana”, ma poi ha cambiato nome. ATOMI è un termine che richiama l’idea di elementi minimi e indivisibili: le sue foto, infatti, isolano frammenti visivi apparentemente insignificanti, trasformandoli in particelle di senso che, insieme, raccontano una realtà urbana complessa e stratificata.
Le mie foto sono come scomposizioni particelle visive che raccontano ciò che resta, ciò che si sovrappone, ciò che si trasforma.
L’idea di ATOMI e il suo scopo…
L’idea alla base di ATOMI è quella di ridare voce a ciò che è stato. Un manifesto strappato, un volto cancellato, un colore sopravvissuto al tempo: elementi minimi, apparentemente inutili, che nell’insieme costruiscono nuove narrazioni.
“C’è quasi un effetto archeologico – spiega – dove le pubblicità si sommano e danno vita a nuovi concetti visuali. Una stratificazione del consumismo che diventa riflessione sul presente: le immagini, sovrapponendosi nel tempo e nello spazio, mostrano come ciò che è stato pensato per essere effimero – la pubblicità – possa invece lasciare un’impronta duratura. Questo processo invita a ripensare il nostro rapporto con gli oggetti, i messaggi visivi e il modo in cui la città si racconta attraverso ciò che abbandona”.
La mostra si articola in quattro sezioni – Ruggine, Carta, Colla e Muffa – ognuna rappresentativa di un diverso livello di trasformazione e decadimento.

La mia preferita è la prima foto, quella che ha dato vita all’intero progetto. Non ha un nome, come nessuna delle immagini esposte. Non saprei come chiamarle: sono così astratte che ognuno ci vede qualcosa di diverso, come una macchia di Rorschach.
William Fedi e lo scatto da mobile
Tutte le immagini della mostra di William Fedi sono state scattate con lo smartphone. A differenza della fotografia tradizionale, che spesso implica attrezzature ingombranti, obiettivi specifici e una pianificazione tecnica più strutturata, lo smartphone permette una maggiore immediatezza e spontaneità.
Questa scelta rafforza il legame con l’ambiente urbano ritratto, sottolineando l’idea di accessibilità e velocità tipica del consumo contemporaneo. Una scelta non solo tecnica, ma anche concettuale.
Lo smartphone è parte integrante del consumismo, proprio come i cartelloni pubblicitari che fotografo. Ho modificato pochissimo le immagini, solo con gli strumenti base a disposizione. Nessuna intelligenza artificiale.
No, non chiamatelo Artista!
William Fedi non si definisce artista. Nonostante abbia creato una mostra fotografica il cui obiettivo è una riflessione sull’ambiente che ci circonda e sul tempo che passa, Fedi si riconosce molto di più nel ruolo di osservatore: qualcuno che cammina, guarda e raccoglie frammenti del reale senza pretendere di interpretarli in modo definitivo.

Il suo lavoro nasce più dall’istinto che da una progettazione teorica, più dalla curiosità che dall’intenzione di lasciare un segno nel mondo dell’arte.
Gli artisti veri fanno un lavoro di ricerca che dura anni. Io mi sento più un osservatore. Ho semplicemente costruito un progetto che può essere utile alla comunità, aprendo spazi e visioni differenti.
E il futuro? ATOMI è un’opera in divenire.
Le strade sono tante. Vediamo dove ci porteranno.