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Alessandro Mollo, “Il Mostro” il coronamento di un sogno

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Scritto da Alessio Arcaleni

Oggi pubblichiamo l’intervista all’attore Alessandro Mollo (ph in cover di Filippo Basetti), che nella serie Il Mostro, ora disponibile su Netflix, interpreta Enzo Spalletti.

Enzo Spalletti è stato il primo vero indagato, arrestato e successivamente prosciolto dalle accuse legate a Il Mostro di Firenze.

Secondo quanto riportato da FlixPatrol, piattaforma online che raccoglie e analizza gli indici di gradimento e classifiche di film e serie TV provenienti da diversi servizi di streaming, nella classifica delle serie tv più viste su Netflix nel mondo, spicca attualmente Il Mostro, la nuova opera di Stefano Sollima. Un’impresa che non era riuscita a Suburra, e tante altre serie, molto seguite all’estero ma non abbastanza da issarsi in vetta.

Alessandro Mollo, Il Mostro il coronamento di un sogno

La cronaca nera è da sempre fonte d’ispirazione per il cinema e la televisione. Negli anni Settanta e Ottanta, la Toscana fu protagonista di una delle vicende criminali più inquietanti della storia d’Italia: la serie di omicidi de Il Mostro di Firenze. Oggi, quel mistero torna a far parlare di sé, sugli schermi delle nostre case.

Perché il caso de Il Mostro continua a ossessionare il pubblico

Difficile dare una risposta ma per chi ama il genere, la storia italiana, le riflessioni più che i colpi di scena facili, questo è un titolo da vedere. Per chi invece cerca un intrattenimento più lineare e risolutivo, potrebbe risultare impegnativo.

Incontriamo Alessandro Mollo, pochi giorni dopo l’uscita su Netflix della serie. L’attore interpreta Enzo Spalletti, noto guardone che bazzicava le campagne della Roveta, luogo di uno degli omicidi, indagato, arrestato e poi prosciolto dalle accuse di omicidio, il primo vero accusato come “Mostro di Firenze”.

Alessandro Mollo ci racconta in modo pacato e riflessivo la sua esperienza lavorativa su una delle vicende più oscure della cronaca Italiana.

Che cosa ha significato per te essere sul set di questa serie TV?

Partecipare a questa produzione ha rappresentato, per me, il coronamento di un sogno. Collaborare con Stefano Sollima è, per un attore, un privilegio raro. Ammetto che inizialmente provassi un certo timore: confrontarsi con una figura di tale autorevolezza può intimorire. Ho però scoperto una persona di straordinaria semplicità, umiltà e gentilezza.

Il set, inoltre, era di dimensioni eccezionali: due realtà produttive di primo piano, unite a un’ulteriore struttura imponente, hanno collaborato alla realizzazione della serie. È una sinergia che, a mio avviso, in Italia si vede raramente. Far parte di un progetto di tale portata è stato un onore e un’esperienza di altissimo valore artistico e professionale.

C’è qualcosa che ti ha spaventato o ti affascinava anche nel partecipare a un progetto come questo?

La sfida principale è stata senza dubbio il personaggio di Enzo Spalletti, una figura con evidenti tratti voyeuristici. Non è stato semplice: la dinamica di eccitazione legata all’osservare di nascosto le coppie rimanda a un vero e proprio disturbo comportamentale e richiede un lavoro di immedesimazione particolarmente delicato. Per questo, per comprenderne la complessità psicologica ho consultato diversi psicologi, nella speranza di coglierne le motivazioni più profonde.

Come avviene spesso nel mestiere dell’attore, ho dovuto trovare una mia verità interna anche in un ruolo così distante e scomodo. La ricerca è stata lunga e articolata, ma alla fine sono riuscito a costruire un percorso interpretativo personale.
Da quel momento è stato chiaro che la complessità psicologica del ruolo avrebbe rappresentato l’ostacolo più significativo del mio lavoro all’interno del progetto.

Intervista all'attore Alessandro Mollo

C’è una scena che ti è rimasta addosso anche dopo le riprese?

Sì, la sequenza del primo omicidio del 1981, raccontata attraverso il punto di vista del mio personaggio. Dal punto di vista produttivo era una delle scene più complesse: l’ingresso in campo prevedeva una discesa lungo una scarpata a forte pendenza, in un ambiente naturale poco gestibile, con vegetazione fitta e uno spazio di movimento ridotto. La presenza simultanea di due camere in posizioni diverse richiedeva un controllo millimetrico della postura, a metà tra l’esigenza fisica della scena e la necessità interpretativa di mantenere un’intensità emotiva coerente.

Ogni interruzione comportava un reset totale: ricostruzione dei finestrini, ripristino degli effetti di scena, pulizia dell’area e riallestimento dei cadaveri. Un processo che coinvolgeva circa sessanta professionisti tra reparto effetti speciali, scenografia, trucco, parrucco e macchinisti.

Dopo diversi tentativi il regista ha scelto di portarmi in sala regia per analizzare insieme il materiale girato e individuare con precisione la nota emotiva che mancava. Un confronto diretto, quasi formativo, gestito con grande calma e rispetto. È stato quel momento, più ancora della complessità tecnica della scena, a lasciarmi un segno duraturo: la capacità del regista di mantenere un approccio costruttivo anche in condizioni operative molto impegnative.

Questa serie racconta una storia che ha segnato profondamente l’Italia. Come pensi reagirà il pubblico nel rivederla oggi, dopo tanti anni?

Credo che il pubblico toscano, e in particolare quello fiorentino, potrebbe reagire con difficoltà. Lo si è visto anche durante le riprese: la presenza della produzione non sempre è stata accolta positivamente. È comprensibile, perché si tratta di una vicenda ancora molto presente nella memoria collettiva e il dolore delle famiglie delle vittime rimane vivo, nonostante il tempo trascorso.

Sul versante del pubblico generalista, invece, mi aspetto una buona accoglienza. Il merito va soprattutto al lavoro di Sollima, che ha scelto di raccontare i fatti senza sovrapporre un giudizio personale. La serie si limita a restituire gli eventi così come sono stati vissuti, studiati e documentati. Credo che questo approccio rigoroso e rispettoso permetterà agli spettatori di avvicinarsi alla storia con maggiore consapevolezza e senza sensazionalismi.

In che modo questo ruolo si inserisce nel tuo percorso artistico?

Potrei definirlo una sorta di “ciliegina sulla torta”. Ho sempre desiderato lavorare in una serie TV, perché il formato permette un arco evolutivo del personaggio molto più ampio rispetto a un lungometraggio. In un film hai due ore per raccontare tutto; in una serie, invece, il personaggio può svilupparsi, trasformarsi, rivelare sfumature che richiedono tempo per emergere.

Un’ulteriore soddisfazione è stata la possibilità di lavorare con un regista del calibro di Stefano Sollima. Quando la mia agente mi ha inviato la mail in cui mi comunicava che ero stato preselezionato per Il Mostro di Firenze e che dovevo inviare un self tape, è stato come ricevere una scarica emotiva improvvisa: il cuore mi è letteralmente esploso.

Da quel momento ho iniziato a fare ricerca in modo quasi maniacale: sono andato sui luoghi degli omicidi a Scandicci, ho visitato il tribunale e altri punti chiave della vicenda. Per me era un vero sogno poter lavorare su una storia così radicata nella realtà, con tutto il peso che porta con sé.

C’è un genere o un tipo di personaggio che sogneresti di interpretare dopo questo progetto?

Sì: mi piacerebbe interpretare un “cattivo”. È un ruolo che mi affascina molto, forse proprio perché nella vita mi considero una persona buona. Portare in superficie un lato oscuro, lontano dalla mia natura, sarebbe estremamente stimolante. È una sfida che richiede di scavare in zone meno evidenti della propria personalità, e questo, per un attore, è sempre un terreno ricco di possibilità creative.

La domanda UAU in tre parole. Chi è Alessandro Mollo?

Direi innanzitutto una persona umile, qualità che considero sia un punto di forza sia, a volte, una mia vulnerabilità. Sono anche estremamente determinato: non mi arrendo facilmente e, se lo avessi fatto, dopo le tante difficoltà incontrate lungo il percorso probabilmente oggi farei un altro mestiere.

A questo aggiungo una forte indole competitiva. È un tratto che mi accompagna da sempre e che riconosco nei miei idoli sportivi, come Michael Jordan e Kobe Bryant. La loro capacità di trasformare la competizione in motore creativo e disciplina personale è qualcosa che sento molto vicino al mio modo di essere.

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