Dal 9 aprile al 25 aprile 2026, Rifugio Digitale presenta Latent Rooms, una mostra personale di Francesco D’Isa che indaga le nuove soglie espressive generate dall’incontro tra immaginazione umana e intelligenza artificiale. L’esposizione, curata da Serena Tabacchi con la direzione artistica di Laura Andreini, è realizzata con il supporto di Fineco Bank e in collaborazione con Forma Edizioni.


L’inaugurazione si terrà giovedì 9 aprile alle ore 18.30, preceduta da una preview riservata alla stampa prevista per le ore 18.00.
Latent Rooms e AI
Le opere che compongono il percorso espositivo di Latent Rooms si configurano come una poesia visiva nata da un processo dialogico con l’AI generativa. In questa ricerca, le immagini di partenza scaturiscono da una stratificazione di modelli differenti, indotti deliberatamente a deviare dall’intenzione originale e spinti verso la generazione dell’errore. Il risultato estetico non è mai pienamente predeterminato: è proprio in questa imprevedibilità che risiede la sostanza del metodo di D’Isa, dove il controllo dell’artista cede il passo a una co-creazione con la macchina. Glitch, aberrazioni cromatiche, inconsistenze e distorsioni morfologiche che affiorano dalla latenza degli algoritmi non vengono interpretati come limiti tecnici, ma accolti come inneschi semantici. Ciò che il processo produce al di là della volontà cosciente diventa una traccia preziosa, capace di orientare la direzione dell’opera senza imporla in modo univoco. Si delinea così un’attitudine che trae ispirazione dalla sensibilità Zen: il rifiuto di etichettare come errore ciò che si manifesta inaspettatamente e la disponibilità a lasciarsi guidare dalla traiettoria del caso, anziché opporvisi con rigidità formale. Sebbene i temi affrontati attraversino territori eterogenei – dalla dissoluzione del sé alla dialettica tra sogno e realtà nella parabola di Zhuangzi, dall’opulenza predatoria del potere alle tradizioni matriarcali delle haenyeo di Jeju, fi no alla filosofi a taoista del non agire – tutti condividono una medesima struttura ontologica. In ogni opera, il dialogo con l’intelligenza artificiale genera un territorio di azione condivisa, in cui la sensibilità umana e l’imprevedibilità generativa si modellano vicendevolmente.

Il confine tra l’autore e lo strumento tecnologico si fa labile, rendendo possibile l’emersione di visioni che né l’uomo né la macchina avrebbero potuto produrre in autonomia. È in questo spazio intermedio che Latent Rooms colloca la sua riflessione, ridefinendo l’identità non come un dato statico, ma come un campo di relazioni instabili e feconde.