Diamo avvio al secondo frammento di racconto ovvero alla seconda parte di approfondimento sul caso Diavoli della bassa modenese. Se, come anticipato nel nostro primo articolo qui su UAU la vicenda giudiziaria ha inizio nel 1997, quella UMANA del “bambino zero” inizia prima, già nel 1993.
È proprio in quel periodo che la famiglia, sfrattata perché in ritardo sul pagamento dell’affitto per diverse mensilità, prova a chiedere un aiuto trovando una soluzione d’emergenza per i due figli più piccoli presso la famiglia di Silvio Panzetta e Oddina Paltrinieri, una donna conosciuta nella comunità per la sua disponibilità ad accogliere chi si trova nel bisogno.
Davide, il bambino zero che all’epoca aveva solo tre anni, si affeziona profondamente a quel nucleo di cui fanno parte anche le due figlie dei Panzetta, in un clima familiare che forse non aveva mai conosciuto davvero.
Il bambino trascorre anche il giorno di Natale con la famiglia affidataria, un momento che lui stesso ricorderà negli anni come uno dei più sereni. Ma proprio durante le festività avviene il passaggio più brusco: i servizi sociali intervengono e lo portano via improvvisamente da casa di Oddina Paltrinieri e Silvio Panzetta, inserendolo in comunità. Da quel momento non tornerà più con loro.
È con questo strappo, improvviso e incomprensibile per chi lo aveva accolto, che la vicenda inizia a prendere una direzione drammatica e irreversibile.
Nei mesi successivi, durante i colloqui protetti, gli vengono rivolte domande insistenti sul suo passato e sulla sua famiglia biologica. È in questo contesto che i suoi racconti cominciano a cambiare: ciò che inizialmente erano accenni vaghi o frammentati diventa, nel tempo, un insieme sempre più dettagliato di dichiarazioni su presunti abusi subiti in casa e, progressivamente, su riti satanici che coinvolgerebbero adulti della zona e altri bambini.
Le versioni del bambino zero si ampliano, si trasformano…
Gli operatori registrano, verbalizzano, e costruiscono un quadro sempre più allarmante: le versioni del bambino zero vengono integrate da nuovi particolari… Parallelamente, i servizi sociali iniziano a osservare altri nuclei familiari del territorio: secondo loro alcuni comportamenti dei bambini, considerati “indicativi” o “compatibili” con quelli descritti da Davide, richiedono attenzione e verifiche. Così, nel giro di poco tempo, diversi minori vengono convocati in colloqui simili ai suoi. Molti di loro parlano di storie confuse, altri negano, altri ancora — dopo settimane o mesi di incontri — iniziano a riferire episodi ritenuti sospetti dagli operatori.
I racconti dei bambini, seppure spesso generici, incoerenti o contraddittori, vengono interpretati come tasselli di un unico mosaico: per gli assistenti sociali e per le psicologhe si profila l’idea che nella Bassa modenese possa esserci un gruppo organizzato dedito ad abusi e rituali satanici. Nel frattempo, diversi bambini vengono allontanati dalle famiglie d’origine e collocati in comunità o in nuove famiglie affidatarie, con l’obiettivo dichiarato di “proteggerli”.

Tra il 1994 e il 1996 il numero dei minori coinvolti cresce, così come i sospetti rivolti ad adulti del territorio. Le relazioni dei servizi, basate in larga parte sulle dichiarazioni dei bambini, iniziano a circolare tra tribunale dei minori, assistenti sociali, psicologi e forze dell’ordine.
È solo nel 1997 che il quadro costruito nel corso di quegli anni si traduce in un vero e proprio atto giudiziario: la Procura apre formalmente un fascicolo ipotizzando l’esistenza di una setta satanica responsabile di violenze sui minori. Gli allontanamenti già avvenuti, i colloqui raccolti nel tempo e le testimonianze dei bambini diventano il materiale di base dell’indagine.
Da lì inizieranno interrogatori, perizie, procedimenti e, in alcuni casi, processi che segneranno in modo irreversibile la vita delle famiglie coinvolte.
Stiamo intervistando la Signora Antonella Diegoli che all’epoca dei fatti è insegnante di scuola primaria, e seppur non coinvolta professionalmente nelle indagini né nelle decisioni dei servizi sociali, lo è sul piano umano: Antonella Diegoli è infatti amica di una delle famiglie maggiormente colpite dall’inchiesta, una famiglia a cui verranno sottratti quattro figli nel giro di poche settimane.
In realtà, quello che la gente sapeva era che la famiglia di Davide era in difficoltà perché sfrattata, che il bambino era andato in comunità perché non poteva dormire in macchina con i genitori e i fratelli. Pochi sapevano della disponibilità di Oddina e della sua famiglia. Sui giornali, qualche notizia cominciò ad arrivare, la gente sospettava che ci fosse qualcosa di vero rispetto agli abusi ma non rispetto ai riti satanici…
Continua.