Bologna, Piazza Nettuno: sabato 24 gennaio, in Piazza Nettuno a Bologna, si sono ritrovate famiglie, associazioni e singoli cittadini accomunati da una stessa ferita, quella dei figli sottratti alle famiglie per decisione dei tribunali e dei servizi sociali.
Il focus della manifestazione era proprio questo: denunciare il sistema delle sottrazioni dei minori e le sue distorsioni, chiedendo maggiore trasparenza, proporzionalità e tutela reale dei legami familiari. In questo quadro più ampio, è stato inevitabile che venissero citati anche casi noti finiti sotto i riflettori negli ultimi anni — tra cui quello dei Diavoli della Bassa modenese — non come pretesto, ma come esempi emblematici di un problema strutturale che attraversa territori e storie diverse.
Negli ultimi mesi abbiamo affrontato storie di tribunali e servizi sociali attraverso la voce di persone come Antonella Diegoli: abbiamo ascoltato ricostruzioni, letto libri, seguito podcast (fra questi VELENO di Pablo Trincia). Sentire certe storie raccontate da chi le ha vissute sulla propria pelle è un’altra cosa.
In piazza contro tribunali e servizi sociali
Sabato 24 gennaio, a Bologna, ho stretto fra le mani di chi è stato coinvolto, ho guardato negli occhi madri e padri che hanno perso i figli per decisioni giudiziarie, e tutto è diventato improvvisamente concreto, fisico, impossibile da tenere a distanza.
In piazza c’erano i volti e i nomi che negli ultimi anni sono diventati simbolo di quelle vicende. C’era Davide Tonelli Galliera, il “bambino zero”, oggi adulto, che porta addosso le conseguenze di una sottrazione avvenuta sulla base di accuse rivelatesi infondate. C’erano famiglie coinvolte direttamente nel caso della Bassa modenese, genitori ai quali, dopo accuse gravissime, sono stati tolti i figli — in alcuni casi quattro — prima ancora che un processo chiarisse le responsabilità.
Queste storie raccontate dal vivo hanno un peso diverso rispetto a quelle lette o ascoltate a distanza: lo sguardo, la voce, le pause raccontano quanto quelle ferite siano ancora aperte
Durante la giornata qualcuno mi ha fermato, mi ha ringraziato per aver parlato a più riprese del caso dei Diavoli della Bassa. È una cosa che colpisce: per queste persone, chiunque tenga accesa una luce su determinati temi è importante perché il silenzio è ciò che più le ha isolate negli anni.
Chi rompe quel silenzio, anche solo raccontando, viene percepito come un alleato.
Non solo la realtà che si vede
La piazza non era composta solo da chi riconduce la propria storia a Veleno. Con il susseguirsi degli interventi è emersa una realtà ancora più sfaccettata: donne che hanno denunciato violenze domestiche e che, paradossalmente, si sono viste sottrarre i figli dopo la denuncia; madri accusate di essere “conflittuali” o “ostative” per aver cercato protezione; famiglie finite sotto osservazione sulla base di relazioni dei servizi sociali ritenute parziali o viziate da pregiudizi.
Durante la giornata sono intervenuti anche rappresentanti di associazioni impegnate nella tutela delle famiglie, che offrono supporto legale e psicologico a chi resta intrappolato in procedimenti lunghi e spesso opachi.
Il punto ricorrente è stato uno: l’allontanamento del minore viene applicato sempre meno come extrema ratio e sempre più come scorciatoia, prima ancora che vengano esplorate soluzioni di sostegno alla famiglia d’origine
Non sono mancati interventi politici, con critiche dirette a quello che viene percepito come uno squilibrio di poteri: tribunali per i minorenni e servizi sociali con un’enorme capacità decisionale, spesso difficile da contestare nel breve periodo. Un sistema che, secondo i manifestanti, rischia di trasformare la “tutela del minore” in una formula astratta, capace di giustificare separazioni traumatiche e irreversibili.
Ascoltando le testimonianze, ciò che colpiva era la difficoltà di relegare tutto a “casi limite” o a storie lontane. C’è una convinzione diffusa, rassicurante, secondo cui queste cose capitano sempre agli altri
Sabato, quella convinzione si è incrinata. Perché molte delle storie ascoltate nascono da situazioni comuni, quotidiane, talvolta banali, che a un certo punto degenerano in decisioni drastiche e incomprensibili.
La conclusione che emerge da Piazza Nettuno è semplice e inquietante allo stesso tempo: parlarne non è una scelta ideologica, ma una necessità civile. Perché se esistono casi di sottrazione talmente assurdi e immotivati, il confine tra “gli altri” e “noi” diventa sottile. E il prossimo, potenzialmente, potrebbe essere chiunque.