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Mantegazza pop.

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Scritto da Irene Pagnini

Lo studio di Simone Fagioli, pubblicato nel 2024 sull’Archivio per l’Antropologia e la Etnologia, ricostruisce un percorso culturale sorprendente: come una pianta scoperta nell’Ottocento e dedicata all’antropologo Paolo Mantegazza sia diventata protagonista della musica progressive rock e infine simbolo di paure xenofobe mascherate da preoccupazioni ambientali. Il lavoro si configura come ricerca interdisciplinare che integra fonti botaniche primarie, pubblicazioni mediche, analisi di testi musicali e romanzi, utilizzando database scientifici contemporanei. La metodologia combina rigore documentario e interpretazione antropologica, leggendo i fenomeni attraverso lenti che spaziano dalla storia della scienza alla critica culturale e politica.

La scoperta e la diffusione: da pianta ornamentale a specie invasiva

Nel 1890 i botanici fiorentini Stéphen Sommier ed Emile Levier scoprono durante una spedizione nel Caucaso una nuova specie di pianta erbacea gigante. Nel 1895 la dedicano a Paolo Mantegazza, pubblicando la descrizione scientifica nel Nuovo Giornale Botanico Italiano. La dedica, espressa in latino, riconosce l’interesse del medico-antropologo per la botanica e i suoi scritti divulgativi sui fiori: “all’amicissimo Paolo Mantegazza, che scrisse con venustà della bellezza dei fiori, dedichiamo questa specie mirabile”.

L’Heracleum mantegazzianum può raggiungere i cinque metri di altezza con vistose infiorescenze bianche a ombrello. Per queste caratteristiche estetiche viene immediatamente apprezzata come pianta ornamentale e i semi si diffondono rapidamente attraverso gli scambi tra giardini botanici e i cataloghi commerciali di tutta Europa e degli Stati Uniti. Già nel 1907 è presente nell’orto botanico di Vallombrosa, dove il botanico Adriano Fiori la contrassegna con un asterisco per indicare le specie esotiche che “dimostrano una speciale facilità a propagarsi spontaneamente per semi o per rizomi”.

Paolo Mantegazza Heracleum

La datazione precisa della diffusione europea rimane controversa. Alcune fonti non verificate collocano la pianta in Gran Bretagna già dal 1820, ma i dati documentati confermano una presenza certa solo dopo il 1895. Questa incertezza deriva anche dalla difficoltà di distinguerla dall’Heracleum villosum, specie simile già presente in Europa dal 1812.

Gli aspetti problematici emergono progressivamente. La pianta produce fino a centomila semi l’anno con capacità germinativa fino a quindici anni. La linfa contiene sostanze fototossiche che causano gravi dermatiti, incrementate dalla luce solare, e per gli occhi può provocare cecità. La diffusione incontrollata crea danni alle specie autoctone, formando coperture fitte che soffocano la vegetazione sottostante. Tuttavia, la tossicità non viene considerata fino agli anni Trenta, quando appaiono i primi cenni nella letteratura medica tedesca. Solo nel dopoguerra, soprattutto in Gran Bretagna dove la pianta era molto diffusa, si sviluppa maggiore attenzione.

Il momento cruciale arriva nell’estate del 1970, quando il Guardian, il Lancet e il British Medical Journal pubblicano articoli su casi di dermatiti prevalentemente in bambini. L’articolo “Man against the Giant Hogweed” del primo agosto 1970 sul Lancet alza particolarmente la soglia di allerta pubblica, definendo la pianta “pericolo per la salute pubblica”. È in questo clima che la pianta entra nell’immaginario della cultura popolare.

I Genesis e la costruzione dell’immaginario pop

Proprio nel 1970-1971 la band progressive rock Genesis lavora al terzo album Nursery Cryme. Il disco è cupo e drammatico sin dal titolo, gioco di parole sulle filastrocche per bambini (nursery rhymes) declinate attraverso cryme (da crime, crimine). Il terzo brano, “The Return of the Giant Hogweed”, costruisce una narrazione fortemente “vittoriana”: un esploratore trova la pianta in Russia, la “cattura” e la porta ai Kew Gardens di Londra; la specie si diffonde nei giardini dei gentiluomini e infine “vendica” la sua prigionia attaccando l’umanità con la sua linfa tossica.

Fagioli identifica con precisione le fonti di ispirazione. Oltre agli articoli medici del 1970, risulta determinante il romanzo di John Wyndham The Day of the Triffids del 1951, dove piante giganti velenose e carnivore, probabilmente create tramite bioingegneria in Unione Sovietica, attaccano l’umanità dopo una catastrofe che ha reso cieca parte della popolazione. Il romanzo, reso celebre anche dall’adattamento cinematografico del 1962, funziona come allegoria delle paure della Guerra Fredda e della decolonizzazione. I critici musicali più attenti colgono immediatamente il parallelismo tra i trifidi di Wyndham e l’Heracleum dei Genesis.

L’analisi del testo musicale rivela dettagli significativi. Peter Gabriel storpia il nome latino in “Heracleum mantegazziani”, pronunciato con forza nel finale. Il musicologo Durrell Bowman interpreta questa modifica non come errore ma come “pluralizzazione” simbolica: una partenogenesi infinita che enfatizza l’invasione inarrestabile. Le note interne all’album titolano l’ultima strofa “The Dance of the Giant Hogweed”, concludendo in maiuscolo con “GIANT HOGWEED LIVES/ADVANCE”, frase che Gabriel grida anche nelle esibizioni dal vivo.

Il brano trasforma la pianta in “creatura botanica” dotata di capacità senzienti. Si parla di “cattura” anziché estirpazione, di una “bestia regale” che “non dimentica” l’affronto subito. L’Heracleum diventa curiosità per giardini alla moda, in contrapposizione alla morigerata Aspidistra, la “pianta di ghisa” simbolo della rispettabilità vittoriana immortalata da Orwell: albero della vita contro albero della morte.

La pianta continua a popolare l’immaginario culturale. Nel 1974 esce The Escape of the Giant Hogstalk di Holman e Shecter, nel 1985 il giallo The Curse of the Giant Hogweed di Charlotte MacLeod. Nel 2015 un articolo sul quotidiano Express interpreta il brano dei Genesis come “profetico”. Parallelamente si sviluppa una risposta scientifica strutturata: dal 2007 un programma europeo di ricerca culmina nel volume Ecology and Management of Giant Hogweed. Tra il 1970 e il 2023 si contano sessantotto articoli in inglese con “Giant Hogweed” nel titolo e centosettantasette con il nome scientifico.

L’interpretazione politica: la costruzione del “nemico verde”

La parte più originale dello studio riguarda l’interpretazione antropologica e politica. Fagioli evidenzia un paradosso: negli anni Settanta-Ottanta, proprio mentre cresce la sensibilità ambientalista in Gran Bretagna, si assiste alla “costruzione” sistematica del nemico verde. I dati di partenza sono modesti: non ci sono epidemie e la diffusione, come documentato dal database BSBI, è controllata nonostante il numero considerevole di pubblicazioni allarmistiche.

Secondo Fagioli, la campagna di eradicazione dell’Heracleum incarna le pulsioni xenofobe della Gran Bretagna degli anni Settanta-Ottanta, periodo di contrasti generati dal crollo del modello imperiale. Il nemico è ora interno, come il Panace, ed è ovunque. Gli scontri in Irlanda del Nord dal Bloody Sunday del gennaio 1972 costituiscono una simbologia forte di questa percezione. La retorica della “specie aliena invasiva” che deve essere estirpata per proteggere la “natura autoctona” riflette ansie più ampie sull’immigrazione e il multiculturalismo.

L’autore nota significativamente come il punk dei Sex Pistols faccia a pezzi il progressive superando la poetica vittoriana dei Genesis. Il nemico che mina la società non è più un vegetale ma un’idea, l’anarchia. I versi di “Anarchy in the U.K.” del 1976 possono leggersi come risposta diretta: “I am an Antichrist/I wanna destroy the passerby”. Lo slancio politico diventa esplicito, abbandonando le allegorie botaniche.

Conclusioni: mitologie moderne e nature identitarie

Fagioli conclude che le vicende dell’Heracleum mantegazzianum mostrano la complessità dei modelli di interpretazione della natura e come vengano percepite specie non storicamente presenti sul territorio. La gestione politica e legislativa risulta sovente incerta e non sempre informata biologicamente. La storia evidenzia soprattutto la costruzione di una “mitologia moderna” che transita dalla musica alla letteratura al cinema, generando un immaginario molteplice.

L’autore richiama Georges Simenon e il suo romanzo Ceux de la soif del 1935-1938, che critica le pulsioni del “ritorno alla natura” mostrando come, quando le moderne comodità vengono meno, emergano conflitti che minano la società. Questa riflessione si colloca in tempi non sospetti, quando il Panace era ancora di moda, evidenziando una linea lunga di critica alla trasformazione della natura a uso esclusivo dell’uomo.

Il lavoro si distingue per la capacità di integrare analisi scientifica, culturale e politica. L’interpretazione della campagna di eradicazione come fenomeno xenofobo mascherato da preoccupazione ambientale costituisce l’apporto più significativo. Fagioli propone una lettura critica di come si costruiscano “nature su misura” che riflettono ansie politiche più che necessità ecologiche: specie animali e vegetali vengono mescolate o separate secondo logiche identitarie, incuranti della fisiologia ma attente ai confini simbolici dell’appartenenza nazionale. Il Panace di Mantegazza diventa così metafora involontaria di come la scienza possa essere strumentalizzata per costruire narrazioni di purezza e contaminazione che trascendono largamente il campo botanico per investire l’intero corpo sociale.

FONTE MANTEGAZZA POP.

riviste.fupress.net/index.php/aae/article/view/3089

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