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Diavoli della Bassa: una storia da raccontare

Nel 2014 arriva l’ultimo grado di giudizio: Lorena e Delfino vengono completamente riabilitati. Delfino, però, non può più assistere a quel momento: è già morto. Per Antonella Diegoli, presidente di FederVita Emilia-Romagna e per chi aveva seguito la vicenda “Diavoli della Bassa” da vicino, quella decisione non può restare confinata nelle aule di tribunale.

Diavoli della Bassa diventa un evento pubblico

In accordo con Don Ettore Rovatti, parroco profondamente coinvolto e da sempre convinto dell’innocenza della famiglia, matura l’idea di un evento pubblico: un incontro aperto alla città, per ripercorrere tutte le tappe di quella storia e restituire consapevolezza e dignità a una famiglia che per anni era stata additata e isolata.

diavoli della bassa

In quello stesso periodo Pablo Trincia sta cercando una storia su cui lavorare. I podcast sono ancora agli inizi in Italia, e Trincia è alla ricerca di un racconto che permetta di esplorare un nuovo linguaggio narrativo. Incappa così nella vicenda dei cosiddetti “Diavoli della Bassa” e, per orientarsi, contatta Lucia Bellaspiga, giornalista di Avvenire che da anni segue il caso ed è considerata una delle massime conoscitrici della materia. È lei a fornirgli il contatto di Lorena e le prime informazioni essenziali.

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A fine aprile 2015, l’incontro pubblico si tiene. L’amministrazione comunale, pur invitata, non partecipa. Tra il pubblico, però, c’è anche Pablo Trincia, presente su invito di Lorena. Al termine dell’incontro, Trincia chiede di approfondire. Lui, il suo cameraman e Antonella Diegoli rimangono a parlare per oltre due ore, seduti all’interno della sua Multipla: è lì che Trincia raccoglie un primo, ampio quadro della vicenda, fatto di date, passaggi giudiziari, nomi e documenti.

Pochi giorni dopo, l’11 maggio, muore improvvisamente Don Ettore Rovatti. È una perdita pesante, anche perché Rovatti custodiva una parte fondamentale della memoria documentale del caso. A fine maggio, Trincia chiede ad Antonella Diegoli di poter accedere al materiale del parroco. Ottenuto l’assenso del nuovo parroco, un mercoledì mattina si apre l’armadio nella stanza di Don Ettore: una quindicina di faldoni, centinaia di pagine, in gran parte sentenze e atti giudiziari.

Trincia chiede se esista altro materiale. Antonella lo indirizza allora a Massa Finalese, a casa di Oddina Paltrinieri (ricordate? È la donna che nei primi anni 90 si occupò per un breve periodo del piccolo Davide, il bambino zero) certa che anche lì avrebbe trovato tracce importanti. Nel solaio di quella casa emergono video e cassette audio, materiali rimasti per anni in silenzio.

Da quel momento, la ricostruzione della vicenda Diavoli della Bassa prende forma.

Il lavoro procede lentamente, tra faldoni, registrazioni, sentenze, ricordi custoditi per anni in silenzio. Ogni documento viene verificato, ogni passaggio ricostruito insieme a chi quella storia l’ha vissuta sulla propria pelle. Non c’è ancora un podcast, non c’è un pubblico, non c’è rumore: c’è solo un’indagine che riparte, questa volta fuori dai tribunali.

Per quasi due anni il caso dei “Diavoli della Bassa” resta chiuso in archivi privati, in soffitte, in stanze parrocchiali, lontano dall’attenzione mediatica. Le ferite, però, sono ancora aperte, e le famiglie continuano a convivere con le conseguenze di decisioni che nessuna sentenza è riuscita a cancellare.

È in questo spazio sospeso — tra una verità giudiziaria ormai fragile e una verità umana mai riconsegnata — che il lavoro prende forma.
Prima che la storia torni a essere raccontata.

Continua.

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